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1.6.2012


Angelo Gennari

Nota congiunturale 6-2012

ATTN: cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;

col clic sul numero della Nota da aprire a fondo pagina (per es., su27) vi si arriva direttamente

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE 2

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI 4

nel mondo 4

Una giornata come tutte le altre in borsa, la più importante istituzione finanziaria in ogni paese… (vignetta) 5

in Cina 9

Mediterraneo arabo: il crollo, il tramonto e la resistenza dei rais 10

Le elezioni in Egitto… (vignetta) 13

EUROPA 22

Politica ed economia, sotto la UE di oggi e sotto questa BCE… (vignetta) 22

Quando in Europa trasformarono le forbici da barbiere in asce bipenni da barbari… (vignetta) 23

L’austerità: eleggiamo un nuovo popolo greco!... (vignetta) 25

La maestrina-dalla-penna-quasi-rossa ci prova… (vignetta) 28

STATI UNITI 43

La rete di sicurezza che ha fatto rimbalzare il PIL americano, proprio quella che la BCE non ha mai steso… 44

Più di 23 milioni di americani/e che lo vorrebbero non trovato un lavoro a tempo pieno ad aprile (grafico) 45

Kabul: corpo di spedizione USA, Ufficio reclami … (vignetta) 48

New York Times, 11.7.2012, R. Gladstone, Nuclear Negotiator Seeks ‘Beginnings of the End’ of Iran Dispute— Il negoziatore capo nucleare [dell’ONU, cioé di fatto occidentale, la Commissaria della UE Ashton] vuole arrivare al principio della fine della vertenza Iran. 53

New York Times, 27.5.2012, S. L. Myers e E. Schmitt, Frustrations Grow as U.S. and Pakistan Fail to Mend Ties— Crescono le frustrazioni dopo che USA e Pakistan non riescono a riparare i danni [il problema essendo quello di sempre: che Obama e Clinton – da perfetti innocents abdroad, come chiamava Mark Twain i suoi compatrioti e la loro incapacità quasi connaturata di capire gli altri e di farsi capire da loro quando agiscono all’estero – avevano concluso che l’insistenza del presidente pakistano per avere l’invito significasse il suo andare a Canossa, a chiedere scusa e a chinarsi al bacio della sacra pantofola… e non avevano capito niente]. 60

GERMANIA 63

Tutto qua? Forse no, però… (vignetta) 63

FRANCIA 65

La festa alla Bastiglia: Addio, austerità!!!… (vignetta) 67

GRAN BRETAGNA 67

GIAPPONE 69


L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile qua e là la ripetizione e anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per cui, abbiate pazienza… e intanto beccatevi questo e accontentavene

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE


●Naturalmente, questa Nota informa e commenta su tutto quel che Italia non è, perché presumiamo sia meno noto ai presumibili nostri lettori— anche se molti di loro, a giudicare da alcune reazioni pervenute sono benissimo, al dunque, informati. Ma, qui, di tanto in tanto, due o tre macro-cose su questo nostro disgraziato e straordinario paese, non en passant – così – parlando d’Europa o di disoccupazione dobbiamo pure sottolinearle: stavolta il Rapporto annuale 2012 sulla situazione del Paese1 stilato dall’ISTAT fa dell’Italia una gran brutta foto: siamo dimagriti di brutto, molti quasi fino all’anoressia, siamo in media (ma è la media di Trilussa2…) più poveri, ecc., ecc.

Anche nel 3° trimestre del 2011 si conferma la caduta del PIL e ribadisce e incancrenisce che la recessione in cui siamo affondati continua a portarci ancora più in giù: perché aumenta ovviamente la disoccupazione, soprattutto dei giovani. L’indebitamento delle pubbliche amministrazioni è sceso, determinando un buon avanzo primario, inferiore solo a quello della Germania, ma non rallenta la crescita del debito/PIL, al 120,1%, proprio come si dice per la diminuzione del denominatore: per l mancanza di crescita.

In questo quadro, e con dinamica retributiva in rallentamento, il reddito disponibile delle famiglie diminuisce per il quarto anno consecutivo: siamo, oggi, meno “ricchi” del 4% rispetto al 1992! E dal 2008 la perdita di reddito è stata di € 1.300 pro-capite (il pollo di cui dicevamo: qualcuno molto più ricco; ma molti molto più poveri) mentre il risparmio delle famiglie si è ridotto dal 12,6 all’8,8%.

Quanto a precarietà e flessibilità del rapporto di lavoro, mentre globalmente l’occupazione dipendente è cresciuta in vent’anni del 13,8%, gli assunti a tempo determinato sono cresciuti del 48,4%, cui vanno aggiunti i 2,1 milioni di giovani che non hanno lavoro, non vanno a scuola, né s’impegnano in percorsi formativi o di avviamento al lavoro. L’incremento dell’occupazione femminile c’è stato, ma tutto sotto il segno della precarietà: nel 2010 due terzi delle donne occupate a part-time avrebbero voluto esserlo a tempo pieno, mentre sei anni prima tale aspirazione era condivisa solo da un terzo delle donne che lavoravano.

Peggiorano tutti i mali di lungo periodo della situazione italiana: elevato tasso di povertà e differenziale fra Nord e Sud del paese. E l’ambiente va peggio: aumenta enormemente, particolarmente al Sud, il “consumo di suolo”, ovvero la cementificazione e dilagano tutte le forme peggiori di urbanizzazione.

Per il futuro, previsioni peggio che pessimiste: ulteriore contrazione del PIL dell’1,5% per il 2012. E le misure assunte dal governo – compresa la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, cioè come è stato ben detto la scomunica del pensiero keynesiano voluta da un fideistica e cieca Merkel – non fanno che aggravare la situazione.

Infatti, per rispettare il nuovo obbligo costituzionale, dovremmo realizzare un avanzo primario (differenza positiva tra entrate e uscite su base annua al netto del pagamento degli interessi sul debito) pari all’8%: osserva come deve, neutralmente, l’ISTAT che si tratta di “un livello mai raggiunto nella storia italiana”. Osserviamo noi, e con noi non pochi altri non statutariamente obbligati a fingersi formalmente neutrali3: “mission impossible”, cioè, una scemenza.

L’unico settore della produzione che va bene sono le esportazioni in determinati, specifici settori legati al Made in Italy. Ma, a differenza del passato, “un’espansione delle esportazioni di merci attiva una quota sempre minore di produzione nazionale”. Tradotto, una ripresa trainata dalle sole esportazioni è impossibile. Il tema del rilancio della domanda interna di consumi e di investimenti, se si vuole davvero la ripesa, è ineludibile. Già, ma quale tipo di ripresa? Anche su questo punto il rapporto dell’ISTAT, che è obbligatoriamente neutrale, non è affatto però reticente.

Dice la radiografia dell’ISTAT che “il Paese non sembra avere colto le opportunità offerte dalla trasformazione in atto verso l’economia della conoscenza, con conseguente perdita di efficienza di sistema”: un modo tecnicamente soft per dire, tanto a Brunetta come a Fornero – tal quali sul punto – che con il declino economico del nostro paese non c’entrano niente né l’articolo 18, né il costo del lavoro, che il declino precede la crisi internazionale in atto e da questa è stato solo di gran lunga, accentuato: è dovuto alla crisi di modernità del sistema, alla carenza di investimenti, alla fuga di capitali e all’evasione fiscale, ecc..ecc.

Serve – anche se l’ISTAT non può dirlo così – una politica economica per un nuovo modello di sviluppo e non il rigore di bilancio contenuto nel fiscal compact che i parlamenti europei, fra cui il nostro, sono chiamati a ratificare entro la fine di giugno e a cui bisognerebbe invece opporsi. Come stiamo tentando di dire da mesi e mesi anche noi. Proprio perché, come dice conclusivamente il Rapporto, in questa nostra società “beni comuni e beni immateriali sono altrettanto, e forse più, importanti di quelli materiali e individuali”.

Tenendo presente che, per produrli e poi tutelarli, ci vuole non meno ma più spesa pubblica e meglio qualificata. Anche a debito. Da ripagare, sicuro. Ma non adesso, Quando ricominceremo a crescere. Questo bisognerebbe avere il coraggio di dire anche agli altri. Di convincerli a decidere insieme. E, comunque, questo bisognerebbe trovare il coraggio di fare…

●Ora, una considerazione diciamo così a latere che ha qualche rilevanza solo per il giornale dove queste frescacce le scrivono e per cui pesano in modo assurdo sulle decisioni di mercati e operatori— e, purtroppo, continua ad averla come da noi qualche editoriale, in sé quasi sempre solo raramente e marginalmente poco più che banale sul Corriere del prof. Alesina. Annota così il WP4 , alla vigilia del G-8 di Chicago del 18 e 19 maggio che “il primo ministro italiano Mario Monti, entrato in carica a novembre e accreditato di un comportamento duro contro la spesa pubblica deve, in realtà, ancora riuscire a farsi approvare dal parlamento una proposta di intervento più incisiva e larga di deregolamentazione del mercato del lavoro e di altre riforme considerate centrali alla ripresa economica”.

Ecco qua! è detto benissimo: appunto alla Alesina o alla prof. Monti, quello della Bocconi… un una dimostrazione di incompetenza che è uno spreco totale e quasi un peccato. Ma ci volete, di grazia, dare un’idea da chi è che siano considerate importanti per la crescita proprio queste misure? Economisti ed esperti da noi conosciuti, qualcuno anche Nobel, dicono, invece, che misure di stimolo, aiuti pubblici, aumento dei salari e del potere d’acquisto e anche, e soprattutto, un po’ più d’inflazione nel Nord Europa, in Germania proprio (rileggetevi il manifesto del 1° maggio del sindacato tedesco, per dire) sono gli strumenti e le condizioni centrali, cruciali, per rilanciare la crescita.

E questa non è un’opinione, è un fatto: dimostrato in negativo da chi quella loro ricetta ha seguito e in positivo, o almeno assai meno in negativo, da chi ha seguito quest’altra strada.

●Ci si rimette pure Moody’s che provvede, poi, a svalutare i ratings di ben 26 banche italiane (fino a una caduta di 3-4 posizioni in alcuni casi): sollevando non l’indignazione di principio e, soprattutto, non le reazioni punitive di chi – regolatori, governo… – dovrebbe protestare (l’ABI parla di un’ “azione criminale” contro il sistema creditizio italiano, ma non dice una parola per negare l’addebito, ma nessuno interviene per dimostrare che sbagliano, ma avanzano tutti solo una difesa corporativa e vagamente mafiosa.

Denunciando, inoltre, la loro imbelle incoerenza quando mancano di far rilevare che questi di Moody’s, sciabigotti autoconfutatori che sono, dichiarano di dover prendere questa misura perché il rigore di bilancio cui continua a volersi attenere Monti “deprime la ripresa”… e proclamano, contemporaneamente, che l’austerità resta necessaria.

E se non lo fanno, se non lo denunciano, è semplicemente perché l’incoerenza di Moody’s è, appunto, la stessa identica incoerenza loro e di Monti (che si incavola e dice di non aver mai detto, lui, la parola austerità ma non può certo smentire di averle anche lui (e come!) praticata. Tertium, realmente a questo punto, non datum: o mollano col rigore, o continuano a applicare le pinze e non mollano.
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