Alla fine della versione italiana di questo ebook c’è la versione inglese ibrida integrale




НазваниеAlla fine della versione italiana di questo ebook c’è la versione inglese ibrida integrale
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Дата15.01.2013
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ТипДокументы
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www.quellidized.it


ITALIAN:

Alla fine della versione italiana di questo ebook c’è la versione INGLESE IBRIDA integrale.

La traduzione ibrida è stata effettuata con traduttori automatici che, anche se altamente professionali, restano pur sempre “automatici” e quindi inquinati dai difetti tipici di queste traduzioni.

La versione IBRIDA dei nostri ebook può essere elaborata e corretta da chiunque conosca bene la lingua di pertinenza e che, naturalmente, abbia voglia di farlo.

Chi lo farà, oltre ad avere il proprio nome sulla copertina della nuova versione (“Traduzione curata da…”), guadagnerà una quota sulle vendite dell’ebook.

Prima di cimentarvi nella correzione di un testo tradotto in modalità ibrida, verificate sempre che la relativa elaborazione sia ancora disponibile. Se sì, PRENOTATELA! In questo modo avrete la certezza che nessun altro potrà eseguire e consegnare il lavoro prima di voi, almeno fino alla scadenza del termine di consegna previsto.

Inoltre, è possibile che su alcuni lavori vengano offerti degli INCENTIVI. Verifica QUI.


ENGLISH:

At the end of the Italian version of this ebook there is the version integral Hybrid English.

The hybrid translation has been effected with automatic translators that, even if highly professional, they always stay also "automatic" and therefore polluted by the defects typical of these translations.

The Hybrid version of our ebooks can be elaborate and corrected by whoever knows well the language of pertinence and that, naturally feels like doing him/it.

Who will do him/it, further to have his/her own name on the cover of the new version ("Translation taken care of from… "), it will earn a quota on the sales of the ebook.

Before risking you in the correction of a text translated in hybrid formality, you always verify that the relative elaboration is still available. If yes, book it! In this way you will have the certainty that any other can perform and to deliver the job before you, at least up to the expiration of the term of delivery pre-visa.

Besides it is possible, that on some jobs is offered some Incentives. It verifies Here.


Indice/Index


Belladentro, versione in lingua originale (Italiano)

Belladentro, hybrid translation in English language (waiting for editing)

Scarica gratis l’audiolibro integrale (italiano, sintetizzatore vocale)


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Roberta Tobbi


Belladentro




www.quellidized.it


Belladentro

Copyright © 2012
Zerounoundici Edizioni
ISBN: 978-88-6578-138-8
In copertina: Immagine Shutterstock.com


A chi non sa leggere oltre l’apparenza

A chi crede che il contenuto sia l’essenza

A chi sa contare le stelle

A chi legge l’anima

A chi ama se stesso

A chi non si conosce

A chi si sta cercando

A chi ama

A chi ha il coraggio di odiare

A chi non conosce il rancore

A chi vive di rimpianti

A chi vive coi rimorsi

A chi vive nel rispetto

A chi cerca la verità e

Soprattutto a chi non la trova

A te che hai questo libro tra le mani

A chi non lo leggerà mai

A chi non mi conosce

A chi crede di conoscermi

A mio fratello, Filippo, che desidero diventi anche amico

A chi crede nell’amicizia

A chi ha perso

A chi ancora spera e non si affligge

A chi crede che ci sia sempre un senso

E lo trova.

Ma anche a chi non lo troverà mai.


PREFAZIONE


Belladentro non è solo un diario autobiografico in cui l’autrice traccia le tappe fondamentali degli anni contraddistinti dall’anoressia, ma è anche un racconto che dipinge con intensità e con sguardo attento e introspettivo il mondo della protagonista, fatto di relazioni familiari difficili, di quotidianità, di speranza per un futuro libero dall’ossessione del corpo, e di amore, primo fra tutti quello per Emiliano, il suo compagno di vita e di avventura.

Sono grata a Roberta per avermi offerto la possibilità di presentare ai lettori la sua prima opera e nel farlo non posso che ricordare con affetto il nostro primo incontro. Ripenso a una donna dallo sguardo vivace e fiero e dall’aspetto curato, dietro al quale si celava un corpo gracile e sofferente.

Era il 2007 e Roberta mi raccontò che la malattia e la sofferenza rappresentavano per lei l’unico modo per sentire di esistere, parole espresse con tono duro e lapidario e che rivelavano in modo forte quello che era diventato il suo calvario.

Ascoltarla parlare della malattia che la affliggeva fin dall’adolescenza e oggi leggere il suo diario, mi ha permesso di comprendere che la forza di Roberta sta nella capacità di raccontarsi in maniera autentica, di dare forma ai fantasmi del passato attraverso immagini che arrivano dritte al cuore del lettore.

Proprio in cucina, crocevia di delizie e tormenti, Roberta trova il coraggio di iniziare a scrivere la sua storia.

Ecco allora che la memoria dell’autrice torna all’infanzia, a quella bimba vivace dai boccoli castani, alle prese con i primi amori, i giochi con il fratello e le amicizie. Dentro di lei inizia a manifestarsi un disagio silenzioso che cresce sempre di più fino a trovare riscontro nella preoccupazione dei genitori che la sottopongono a logoranti visite mediche e iniezioni di ormoni per facilitare il processo di sviluppo di un corpo ancora troppo piccolo per essere quello di un’adolescente.

Inizia così la malattia di Roberta, il suo rapporto di amore e odio verso un corpo che sembrava destinato a rimanere quello di una bambina.

A poco a poco il logorio del corpo si trasforma in logorio dell’anima ed ecco che la magrezza appare come la soluzione a tutti i problemi: la rivincita sui medici e la possibilità di attrarre le attenzioni materne e gli sguardi maschili.

Stare dalla parte dei vivi e quindi mangiare o scegliere quella dei morti e smettere di nutrirsi? Interrogativo che diviene trasversale rispetto all’intera narrazione.

Poi un barlume: il corpo come strumento per fare esperienza della vita. Dal contenitore l’autrice si sposta ai contenuti: il bisogno d’amare, prima se stessa e poi gli altri e di essere “bella dentro”.

La Pasqua, quasi un presagio di rinascita, conduce a un epilogo che cambierà per sempre la vita della protagonista.

L’esperienza di Roberta, narrata con intelligenza e intensità emotiva, può essere spunto di riflessione, di conforto e di speranza per coloro che si trovano a vivere in una condizione di sofferenza simile e quella dell’autrice di Belladentro e che come lei possono trovare il coraggio di scegliere una vita migliore.


Dott.ssa Lorena Castano


10 gennaio 2005

Ho bisogno di scrivere. Reduce da un attacco di rabbia, di quel tipo incontrollabile che ti fa smettere di pensare. Credo che stessi covando l’arrabbiatura da una settimana almeno, sapevo che sarei esplosa prima o poi. Da giorni trascino l’insoddisfazione per il mio corpo che sta ingrassando, che prende forma, che si deforma. Mi guardo con minuzia allo specchio mentre faccio la doccia e ciò che vedo sono cosce grosse, fianchi arrotondati, il sedere più sporgente con anche un accenno di cellulite. Mi tocco il seno e lo sento più gonfio, un po’ dolorante e allora penso che forse mi stanno per tornare le mestruazioni, ma non so se mi sento felice o abbattuta. Così com’è il mio corpo non mi piace. Sfoglio l’album del viaggio di nozze e osservo il mio ex corpo in costume da bagno: è magro, lineare. Posso contare le costole, le braccia sono due steli, le gambe due tronchi esili senza muscoli, le anche sporgenti, spigolose, ma mi piace. Poi chiudo gli occhi e provo a rivivere le sensazioni che mi dava quel corpo. Sento freddo, mi sento immobile, cammino con rabbia ed euforia solo per consumare energia: la rabbia è l’unica energia che produco. Non mi sento donna, non mi sento moglie, non mi sento madre, sono un corpo malato; mio marito mi sorregge mentre salgo le scale del bar, mi sta dietro perché teme che io possa cadere. Facciamo l’amore una o due volte in dieci giorni, il mio ventre è contratto e dolorante, fatico a provare piacere. Non voglio provare piacere. Quando riapro gli occhi dopo questo viaggio a ritroso nella memoria, ho comunque nostalgia del mio ex corpo. Mi manca la sua leggerezza, quella caratteristica un po’ mistica che possedeva, il suo levitare verso l’alto. Questo corpo non lo voglio, e penso spesso di strapparmelo via. Mi lavo con insistenza sulle cosce, odio le mie cosce, sono bassa e si vede subito che si fanno grosse. Non riesco ad accettarlo, non voglio mangiare. Ma è sofferenza anche la magrezza, anche il digiunare. Forse non so vivere, forse non voglio vivere. Così mi trascino pesantemente contando le ore delle giornate vuote.

Domenica, ora di pranzo. Sbatto i pugni sul muro, piango, mi mordo un braccio, affondo con rabbia le mani nella verdura cotta, con schifo schiaccio tutto.

«Non lo voglio mi fa schifo, mi fate schifo, mi fai schifo» dico a mio marito.

Ma lo schifo è verso di me, è me stessa che vorrei schiacciare; il mio è un grido di aiuto. Dopo qualche minuto mi sento un po’ meglio. Piango ancora, piango, sento il mio corpo grosso; anche ora che sono seduta mi sembra di lievitare, percepisco il sedere grosso, le cosce cicciotte e la pancia gonfia, mi guardo le mani tozze… vorrei sparire. Poi penso, in un attimo di lucidità pura, che il corpo non è tutta la mia vita, è solo uno strumento che mi permette di fare esperienza della vita. Ma è un attimo, un attimo che non voglio approfondire; dov’è la mia vita se non nel corpo, cos’è la mia vita? Perché mi è successo tutto questo? Dove sono i giorni felici? Dove il coraggio di superare quelli tristi? Salgo sulla cyclette per dare ai pensieri un’accelerata.

Era solo un attimo di lucidità, una frazione di secondo in dieci anni di malattia, di maniacale devozione verso la morte del corpo: questa è l’anoressia.


In seconda elementare infilai nell’astuccio di Marco un bigliettino a quadretti grandi, sul quale avevo impresso ripetute volte un “ti voglio bene” con uno stampino di Poochie. Ricordo che Marco, incurante del mio lavoro, l’aprì indelicatamente strappando parte del biglietto e mi rispose a sua volta: “sei carina, ma un po’ cicciottella”. La definizione “cicciottella” mi ha perseguitata da allora. Il fatto che fossi carina non aveva importanza: ero cicciottella, per questo non mi voleva. Non ricordo se piansi. Mi confidai con mia madre, che mi rassicurò sottovalutando l’umiliazione che mi si era cicatrizzata sul cuore.

Per mia madre ero bella, ne era certa perché tutti le facevano i complimenti per la figlioletta che era riuscita a mettere al mondo. Avevo la testa ricoperta di riccioli castani, due occhi grandi e scuri come i suoi, la bocca a cuore e un sorriso aperto e gentile. Era fiera della mia intelligenza, della mia educazione, del fatto che fossi una bimba posata e gentile. Io ricordo me stessa come una bambina silenziosa, che giocava con le barbie. Non rammento che mia madre abbia mai partecipato ai miei giochi; uno dei momenti di condivisione era l’appuntamento del sabato pomeriggio, quando dopo le pulizie guardava i cartoni animati con me e mio fratello sgranocchiando crackers salati e cantando le sigle dei cartoni.

Mia madre ci amava, ma era sempre troppo occupata per dimostrarcelo. Pencolava tra bagno camera e cucina, oscillava tra piatti, bucato e marito. L’unico momento in cui potevo godere della sua presenza era la sera, quando ci addormentavamo nel lettone. Mi accucciavo stretta stretta a lei e sentivo il suo odore, solo allora ero sicura che mi amasse, quando potevo scaldarmi col suo stesso corpo e lasciarmi cadere nel sonno carezzandole i capelli lisci. Nel silenzio della notte, nel buio del sonno potevo concedermi il diritto di amarla.

Di giorno mia madre strillava per il disordine che facevamo io e mio fratello. Mia madre era sempre arrabbiata, ho visto i suoi primi sorrisi quando ero già adolescente e facevo delle simpatiche battute per conquistarla, ma prima i sorrisi erano solo per gli altri, per i conoscenti, per gli sconosciuti, sorrisi di cortesia. Io nell’infanzia invece ero cortese sempre, anche in casa. Tutte le persone adulte mi adoravano, ma non piacevo ai miei coetanei. Mi rinchiusi in me stessa e nel mondo miniaturizzato delle Barbie. Mi piacevano le Barbie, erano donnine perfette e per anni ho inseguito il sogno di avere il loro corpo perfetto. Un corpo di plastica indistruttibile, immutabile, intoccabile, insensibile. Ma allora volevo solo essere magra come una barbie perfetta, con tutto quello spazio tra le cosce, non pensato per fecondare o partorire ma solo per compiacersi di se stessa. Inseguivo un modello che mi avrebbe distrutta come donna; le bambole sono solo caricature femminili e come tali hanno come unico fine quello di trasformare l’essere umano in oggetto. Un oggetto, una cosa da usare, da mostrare. La donna è ancora questo, purtroppo.
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