Alla fine della versione italiana di questo ebook c’è la versione inglese ibrida integrale




НазваниеAlla fine della versione italiana di questo ebook c’è la versione inglese ibrida integrale
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Дата13.01.2013
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ТипДокументы
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ITALIAN:

Alla fine della versione italiana di questo ebook c’è la versione INGLESE IBRIDA integrale.

La traduzione ibrida è stata effettuata con traduttori automatici che, anche se altamente professionali, restano pur sempre “automatici” e quindi inquinati dai difetti tipici di queste traduzioni.

La versione IBRIDA dei nostri ebook può essere elaborata e corretta da chiunque conosca bene la lingua di pertinenza e che, naturalmente, abbia voglia di farlo.

Chi lo farà, oltre ad avere il proprio nome sulla copertina della nuova versione (“Traduzione curata da…”), guadagnerà una quota sulle vendite dell’ebook.

Prima di cimentarvi nella correzione di un testo tradotto in modalità ibrida, verificate sempre che la relativa elaborazione sia ancora disponibile. Se sì, PRENOTATELA! In questo modo avrete la certezza che nessun altro potrà eseguire e consegnare il lavoro prima di voi, almeno fino alla scadenza del termine di consegna previsto.

Inoltre, è possibile che su alcuni lavori vengano offerti degli INCENTIVI. Verifica QUI.


ENGLISH:

At the end of the Italian version of this ebook there is the version integral Hybrid English.

The hybrid translation has been effected with automatic translators that, even if highly professional, they always stay also "automatic" and therefore polluted by the defects typical of these translations.

The Hybrid version of our ebooks can be elaborate and corrected by whoever knows well the language of pertinence and that, naturally feels like doing him/it.

Who will do him/it, further to have his/her own name on the cover of the new version ("Translation taken care of from… "), it will earn a quota on the sales of the ebook.

Before risking you in the correction of a text translated in hybrid formality, you always verify that the relative elaboration is still available. If yes, book it! In this way you will have the certainty that any other can perform and to deliver the job before you, at least up to the expiration of the term of delivery pre-visa.

Besides it is possible, that on some jobs is offered some Incentives. It verifies Here.


Indice/Index


Le arance di Dubai, versione in lingua originale (Italiano)

Le arance di Dubai, hybrid translation in English language (waiting for editing)

Scarica gratis l’audiolibro integrale (italiano, sintetizzatore vocale)


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Cristina Costa


Le arance di Dubai


Le arance di Dubai

Copyright © 2012 Zerounoundici Edizioni
ISBN: 978-88-6578-145-6
In copertina: Immagine Shutterstock.com


A Francesco Fausto, Claudia e Adriano

le pagine più belle della mia storia


A Giuseppe

per tutta la strada che abbiamo percorso insieme

e per quella ancora da percorrere.


La Sicilia e i suoi dotti

vivevano all’ombra di una fresca vita di delizie

la sicurezza vi aveva disteso i suoi veli,

e la fama di lei

andava per il mondo in carovane;

temuti i suoi guerrieri,

rinomati i suoi uomini di penna.

Ma essi non furono grati a Dio

della grazia loro concessa

e in cambio dell’acqua dolce

ebbero il sale”


(Yahya Ibn Al-Katani)


Capitolo 1

Stiamo per raggiungere l’aeroporto Falcone Borsellino di Palermo; ad annunciarlo è una voce metallica e monocorde, in francese dapprima, perché è su una linea francese che voliamo, in arabo poi, in italiano infine. Una sola lunga emissione di fiato; parole, che si susseguono senza pause né inflessioni, annunciano che la temperatura è di ventisette gradi, il cielo limpidissimo e che fra meno di cinque minuti saremo a terra. Istintivamente guardo fuori dall’oblò in cerca di un lembo di costa siciliana. Ma tutto ciò che vedo è il mare estendersi a perdita d’occhio. Aspetto di scorgere all’orizzonte lo scorcio di litorale roccioso che da Punta Raisi corre verso Palermo, declinando dolcemente per lasciar posto a lunghi tratti sabbiosi. Sono nato e ho vissuto la mia adolescenza in questo pezzo di Sicilia. Ma è stato tanto tempo fa.

Siamo sospesi a pelo d’acqua, una distesa scura e immensa poco sotto di noi, nessuna traccia della pista. Una certa inquietudine attraversa rapidamente il mio intestino, ma è una sensazione inafferrabile che pochi istanti dopo si dilegua in un rassicurante ricordo: l’atterraggio a Palermo è sempre così, quando l’impatto con il mare sembra inevitabile e la paura si insinua nella mente foggiando fantasmi catastrofici, puntuale compare la pista di solido asfalto grigio, compatto e meravigliosamente vitale.

Mi giro a guardare mia moglie. Sul suo volto i miei stessi sospiri, i ricordi intatti come se non fossero passati che pochi giorni dall’ultimo nostro volo sopra questo mare. Marco e Giuliana, i nostri figli, due file più avanti, sembrano eccitati dalla vista del nulla sotto di loro. È la loro prima volta in Sicilia. Con le mani intorno alla bocca a disegnare un megafono, Giuliana continua a ripetere ridacchiando:

«Qualcuno dovrebbe avvertire il comandante che stiamo precipitando.»

Lo dice nel suo francese perfetto, impeccabile per la pronuncia, per la erre arrotondata e dolce, per l’intonazione delicata. Una purezza che manca al mio francese, miscellanea di lingue e intonazioni che ho fatte mie negli anni. Marco, a mani strette sui braccioli del sedile, le dice:

«Zitta scema, guarda che c’è davvero qualcosa che non va. Vola troppo basso, dov’è la pista?»

L’assistente di volo, che li ha sentiti parlare, si avvicina e con un sorriso da manuale li rassicura.

«È tutto sotto controllo, potete stare tranquilli. È la prima volta che venite a Palermo?»

Il suo è un francese di linea, come il sorriso, come la divisa e tutto il resto.

«Sì. È la prima volta.»

Con la stessa disinvoltura della madrelingua, Giuliana adesso parla in italiano, in modo altrettanto delicato e fluido ma prepotentemente francese, e poi riprendendo a ridere aggiunge:

«Sempre che ci arriviamo!»

Marco le piazza un gomito sul fianco e con un secco “ora piantala” mette fine alla breve conversazione. L’assistente, il sorriso di lineaancora sul volto, si avvicina per rivolgermi un ringraziamento; poco dopo il decollo un passeggero ha avuto un malore e quando l’equipaggio ha chiesto se c’era un medico a bordo, diligentemente mi sono fatto avanti per gestire l’emergenza. Dolore improvviso e acuto al braccio e al petto in settantenne iperteso; sono un cardiochirurgo e il lavoro mi segue anche ad alta quota, a quanto pare. Uno steward ci raggiunge e mi informa sulle attuali condizioni del miopaziente.

«C’è un’ambulanza che aspetta il signor Catalano a bordo pista, fortunatamente le sue condizioni si sono stabilizzate e adesso è più sereno.»

Si allontanano entrambi, nelle loro divise senza grinze, per adempiere alle ultime procedure prima dell’atterraggio: controllare le cappelliere, sorridere qua e là, ricordare di allacciare le cinture di sicurezza, far spegnere qualunque dispositivo e così via. Infine spariscono dietro alla tendina che ci separa dalla cabina di comando. A quel punto ho la certezza che stiamo atterrando anche se, a guardare fuori, non si direbbe ancora.

Teresa ha chiuso gli occhi e con la testa appiccicata allo schienale aspetta di sentire la terra sotto i piedi, per così dire. Detesta l’atterraggio, l’impatto duro con la pista, lo stridio della frenata, gli scossoni, la sensazione che l’aereo acceleri la sua corsa piuttosto che rallentarla. Mi tiene la mano senza rendersi conto dell’intensità della stretta, poi quando l’aereo comincia a fermarsi e la tensione si dissolve, lei allenta la presa e si giustifica.

«Scusami, è incontrollabile.»

Poi svanisce dietro ai grandi occhiali da sole con le lenti scure che la mettono al riparo dall’imbarazzo, perché non ama mostrarsi debole.

Tanti anni fa, quando un aereo atterrava a Palermo, nel momento stesso in cui il carrello sfiorava l’asfalto, un applauso liberatorio dissolveva l’ansia dei passeggeri in una sorta di rituale collettivo.Lo so dai racconti di mio nonno; già ai tempi in cui ero un ragazzo non c’era più traccia di questo rituale. Non l’ho mai riscontrato in nessuno dei numerosi scali in cui ho transitato nella mia vita. Era un attimo di festa, un rito aggregante, un primo assaggio di folklore siciliano, genuino, festante, chiassoso. Tutti partecipavano, chi batteva le mani con forza dicendo “bravo il comandante”, chi invece, per non dare a vedere che aveva avuto paura, si limitava ad annuire, ringraziando chi c’era in cielo e chi aveva adagiato l’aereo a terra. Oggi non ci sono applausi per il comandante dopo questo atterraggio, ma un chiacchiericcio composto e multilingue.

Finalmente ci siamo; l’equipaggio disarma gli scivoli e si prepara al saluto finale. Il comandante è pronto per il rito di commiato, le assistenti di volo dispensano gli ultimi sorrisi per tutti. Quando è il mio turno, il comandante in persona mi ferma e come ha già fatto almeno la metà del suo equipaggio, rinnova i ringraziamenti per il soccorso prestato al passeggero.

«Mio dovere» sento uscire dalla mia bocca.

Ma sono distratto, sto già pensando al miocielo che mi aspetta oltre il portellone e alla miaaria che fra poco respirerò, dopo trenta lunghi anni.

Ed eccoli comparire intorno a me, a catapultarmi nel mio vecchio mondo. Il cielo è di un azzurro talmente intenso da mortificare tutto il resto, il sole mi dà il benvenuto avvolgendomi in un caloroso abbraccio e lo stesso mare che fino a pochi minuti fa incuteva timore adesso aleggia nell’aria trasportato da un venticello leggero che sa di salato.

Sono di nuovo a Palermo!

Un barelliere, in fondo alla scalinata, aiuta il signor Catalano a sedersi su una sedia a rotelle che lo conduce fino all’ambulanza che sosta sotto l’ala sinistra dell’aereo. Prima che gli sportelli si richiudano su di lui, vedo il mio paziente agitare una mano verso di me con un sorriso. C’è sofferenza sul suo volto pallido e rugoso. L’anziana moglie, al suo fianco, si unisce al saluto, sventolato con le dita gonfie di cortisone come tutto il suo corpo. Ha un volto molle, olivastro, incorniciato da capelli posticci troppo compatti e scuri, che la rendono ridicola. È una maschera deprimente. Immagino siano di ritorno da un viaggio della speranza, in cerca di cure specialistiche per il suo cancro. Leggo preoccupazione e dolore sul volto di quel povero uomo, la stessa che comprime il volto dei genitori dei miei piccoli pazienti. Fare coraggio, fingersi sereni, irragionevolmente ottimisti pur portando nel cuore una verità senza speranza, è il duro compito che spetta ai familiari. La maggior parte ci riesce abbastanza bene, diventano abili a mentire per proteggere, ma poi un improvviso cedimento, come il malore del mio passeggero, fa vacillare l’instabile impalcatura svelando il tremendo peso dell’indicibile. “La malattia è ormai giunta a uno stadio terminale; purtroppo non c’è più molto da fare, se non intraprendere una terapia del dolore per alleviare la sofferenza di sua moglie”. Sono certo che è questo ciò che il povero signor Catalano si è sentito dire dall’oncologo di turno. Ed è sotto l’eco di queste parole che il suo cuore precario ha avuto un cedimento. Allo stesso modo, dieci anni fa, i medici parigini hanno parlato a mio padre. Nel suo caso a cedere furono le gambe, procurandogli una bella caduta dalle scale del padiglione di oncologia e una frattura alle costole.

C’è un gran vociare dei compagni di volo intorno a me, ma sono voci indistinte che percepisco senza prestarvi ascolto. L’unica voce chiara viene da dentro.

Bentornato a casa Paolo.”

Vacillo fra la curiosità di scoprire i cambiamenti di questo mondo a cui sono appartenuto e il desiderio di girare le spalle e andare via, senza impelagarmi in questa avventura incerta. Molte cose sono cambiate dall’ultima volta che sono stato qui. Miglioramenti, secondo molti, ma non tutti sono d’accordo. Io ho preferito serbare intatti i miei ricordi, interponendo migliaia di chilometri di distanza fra me e il mio passato, tagliando ponti, interrompendo contatti. Ho sigillato una porta, credendo che non l’avrei più riaperta; l’ho fatto perché ero un giovane alla conquista del mondo, perché ho anteposto il mio futuro a quello del mio paese, perché per poter arrivare lontano dovevo abbandonare la nave prima che colasse a picco con tutto il suo equipaggio. Ritorno oggi, ormai cinquantenne, da turista, da straniero in patria. Lo sono da quando, esattamente trentadue anni fa, la Sicilia è uscita politicamente e geograficamente dai confini dello Stato Italiano, venduta al miglior offerente.

Continuo a seguire la fila ordinata di passeggeri in discesa dall’aeromobile, desiderando che altrettanto ordinati siano i miei pensieri, che invece si confondono a ogni passo, oscillando fra la voglia di andare avanti e quella di tornare a Parigi alla svelta.

Che ci faccio qui dopo tutto questo tempo? Cosa mi aspetto? Cosa mi aspetta?

La risposta è tutta in un nome: Teresa.

Si è data un gran da fare per organizzare questo viaggio. Ha cominciato quasi un anno fa. In segretezza, per altro. Voleva farmi una sorpresa. Tra qualche giorno, infatti, compirò il mio primo mezzo secolo.

«Come regalo, dato che non ci concediamo una bella vacanza da tempo, potremmo fare un viaggio. Tutta la famiglia insieme» ha detto una sera di settembre la mia Teresa.

Eravamo nello studio di casa nostra, io intento a preparare il discorso di apertura per il convegno annuale sul trattamento delle cardiopatie congenite nei prematuri. Pur senza dimenticare la mia agenda stracarica di impegni, l’idea mi aveva molto allettato. Viaggio spesso per lavoro, raramente per piacere; mia moglie a volte mi accompagna. Mentre io sono ai convegni, lei fa la turista. Ci lasciamo al mattino, dopo una rapida colazione, ci ritroviamo quasi all’imbrunire, esausto io, carica di racconti lei, di luoghi eccitanti da descrivere, di felpe e t-shirts per i nostri figli. Conosce tutte le capitali europee molto meglio di me, che pur essendoci stato tante volte, per lo più ne ho visitato aeroporti, hotel e sale congressi.

Mi piace la sua vitalità; quando ci ritroviamo in hotel mi concede giusto il tempo di una doccia e poi mi porta a cena in un ristorante che ha adocchiato in centro durante i suoi giri.

Comunque è vero; da troppo tempo non si viaggia tutti insieme per una vera e propria vacanza. L’ultima volta è stata quando Marco aveva sei anni, Giuliana due in più di lui. Teresa sognava da tempo di andare a Mosca.

«Vorrei passeggiare nella Piazza Rossa, pattinare sulle piste di ghiaccio, respirare il freddo gelido dell’inverno moscovita.»

A parte quest’ultimo aspetto, che ci mise in seria difficoltà, fu una bella vacanza per tutti. E così lo scorso settembre, con notevole anticipo, mia moglie si affaccendava a organizzare un viaggio per festeggiare i miei cinquant’anni.

«Potremmo scegliere un viaggio organizzato in giro per le principali capitali europee. Potrebbe essere utile per Giuliana che da tempo si è messa in testa di voler andare a vivere in Giappone, chissà perché poi. Magari conoscendo meglio l’Europa, scoprirebbe che anche qui ci sono città di tutto rispetto dove potersi formare adeguatamente e consumare in modo soddisfacente la propria esistenza.»

Eccola qui la mia Teresa; era partita dall’idea di organizzare qualcosa per me, ma non ha resistito alla tentazione di ritagliarla sulle esigenze dei nostri figli. Accade sempre così. Quando glielo faccio notare, tenta una rettifica:

«È solo che mi piace mettere tutti d’accordo, lo sai come sono fatta.»

Lo so, eccome; siamo sposati da troppo tempo per non essermene reso conto. Tralascio la mia relazione e avanzo una debole proposta:

«Potremmo andare al mare, senza stress, né orari, visite o code estenuanti.»

Pensavo che la mia idea sarebbe stata liquidata in tutta fretta, invece mia moglie sembrava aspettare queste mie parole, per sciorinare un piano attentamente preparato.

«Ti avevo detto che sono su facebook, vero?»

Ho annuito.

«Ti ricordi Anna Marino?»

Mi sembrava di avere smarrito il filo conduttore della nostra conversazione, ma lo avrei ritrovato poche frasi più avanti.

«Anna chi?»

L’espressione sul mio volto doveva averle comunicata molta incertezza, perché cominciò una descrizione dettagliata nella speranza di evocare in me qualche ricordo. E in effetti, mentre lei parlava, riccioli rossi e lentiggini diffuse su un corpo un po’ goffo si affacciavano alla mia mente. Una diciassettenne timida, un po’ impacciata, con gli occhi sempre bassi, raramente puntati dentro ad altri occhi. Ma in classe era un mito, la migliore, insieme a me, modestamente. È Anna, la ricordo! Liceo scientifico Galilei di Palermo, negli anni dal 2011 al 2016, prima fila centrale, sempre in pole position davanti ai professori.

«Bene» mi dice Teresa in un crescendo di entusiasmo «l’ho trovata su facebook, grazie all’aiuto di Giuliana, perché, come sai, non sono molto brava a districarmi nelle reti virtuali. È stato emozionante. Mi è venuta nostalgia dei vecchi tempi, dopo tutto era la mia compagna di banco, eravamo grandi amiche. E così è nata l’idea.»

«Quale idea?» le ho chiesto con la mia più professionale delle intonazioni.

Mi sono messo in ascolto con la massima concentrazione, la stessa che presto ai miei colleghi quando vengono a sottopormi qualche nuovo caso. Quando mia moglie dice che le è venuta un’idea so che è meglio non sottovalutare la cosa.

«Un giorno le ho detto che mi sarebbe piaciuto incontrarla, dopo tutti questi anni, e così ci siamo messe a fantasticare, sai come siamo noi donne, e la nostra idea ha preso forma. Dapprima abbiamo pensato di contattare tutti i compagni che, come noi, non vivevano più a Palermo. Sai che non amo molto facebook ma devo dire che in questo caso è stato una risorsa irrinunciabile. Si è innescata una specie di catena e alla fine, sebbene non sia stato facilissimo, abbiamo trovato quasi tutti. L’idea di una sorta di rimpatriata è piaciuta a tanti, così abbiamo pensato che fosse meglio stabilire subito una occasione, prima che l’entusiasmo si allentasse. Ma non appena si è trattato di decidere quando, più degli altri il vero problema eravamo tu e io perché con i tuoi impegni di lavoro è difficilissimo programmare una partenza.»

Fa una pausa nella quale scorgo l’intento di sottolineare la perenne difficoltà della mia famiglia a fare qualunque tipo di programma a causa delle mie continue assenze.

«Così, dal momento che a maggio fai cinquant’anni, ho pensato che poteva essere l’occasione giusta, e forse l’unica fattibile.»

Si è fermata e mi ha guardato con aria interrogativa. Puntini di sospensione piovevano su di me in un silenzio che esigeva una qualunque reazione da parte mia.

«Dottore, che ne pensi?»

È stata lei a rompere il silenzio, mentre io, occhi calati sul monitor del mio portatile, non sapevo cosa rispondere.

Non ero ancora del tutto soddisfatto della stesura della mia relazione; da giorni avevo in mente una serie di modifiche da apportare, ma non riuscivo mai a trovare il tempo per farlo. Quella sera avevo cenato in tutta fretta per potermi mettere subito al lavoro e non avevo contemplato interruzioni. Potremmo riparlarne domani, pensavo, ma i suoi occhi non accettavano rinvii; non può sempre sostare in lista d’attesa. E io me ne rendevo perfettamente conto.

«Ma il mare, il relax sotto l’ombrellone? Mi sembra che stiamo parlando di tutt’altro.»

«Forse dimentichi che la Sicilia è bagnata dal mare e dunque non sarà difficile trovare una spiaggia, vero dottore? Possiamo andare a Torre. So che la spiaggia è molto più bella di come tu la possa ricordare. È tutto diverso, adesso. Ti piacerà.»

È tutto diverso, lo sapevo. Ed era proprio questo il motivo per cui temevo questo viaggio. Ho lasciato la mia casa, la mia gente, il luogo in cui sono cresciuto, la mia nazionalità. Mio padre sosteneva che la vita è un percorso a senso unico, pertanto non si può tornare indietro sui propri passi. Sarebbe come tentare di rimettere indietro un orologio. Non si vive lo stesso momento una seconda volta.

Ma mia moglie mi inondava di informazioni, convinta che non sarei rimasto deluso, mi travolgeva di racconti, coinvolgendo anche Giuliana che si diceva curiosa di sapere di più sulla storia della nostra famiglia. Figurarsi! Mi sentivo compresso fra le loro chiacchiere e la relazione che aspettava di essere completata in tempo per il convegno ormai imminente.

Così mi sono ritrovato a darle mandato per organizzare il tutto. Facesse pure; mi fido delle sue proposte, sono quelle che hanno sempre dato struttura e indirizzo alla nostra famiglia.

Ed eccomi, otto mesi dopo, su questa scaletta, a pochi giorni dal mio compleanno e a pochi chilometri da Torre dell’Isola, il mio paese natale, a chiedermi se quella sera di fine settembre non avrei fatto meglio a chiudere il file e a valutare meglio la proposta di Teresa.


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