Patrizia aveva trascorso la mattinata fuori casa, a girare senza meta, l’ambiente domestico le era stato più soffocante che mai




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НазваниеPatrizia aveva trascorso la mattinata fuori casa, a girare senza meta, l’ambiente domestico le era stato più soffocante che mai
Дата27.12.2012
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Non uccidere!


Patrizia aveva trascorso la mattinata fuori casa, a girare senza meta, l’ambiente domestico le era stato più soffocante che mai.

Era tornata giusto in tempo per preparare un pranzo frettoloso e poi uscire di nuovo nel pomeriggio, ma con un senso di sconfitta nel cuore.

Abitava nel cortile di S. Antonio de su ‘ocu e la prima tappa la fece nella piccola chiesa posta all’interno del sagrato. Si avvicinò all’altare principale a chiedere perdono per sé e per i suoi figli, ma in fondo sapeva di non meritarlo. Aveva le sue colpe.

Ripercorse il breve tratto dall’altare all’ingresso. Accostò il portone.

In quel momento un’ombra scura le tagliò la strada.

Chiuse gli occhi per un attimo: quella serata la riportava a un recente passato. Tutto era cominciato da quando aveva deciso di sposarsi. Dei familiari, al matrimonio, era presente solo sua sorella Maria. La madre e il patrigno le dissero che quello era periodo di vendemmia e dovevano tagliare l’uva, altrimenti gli uccelli avrebbero beccato gli acini uno per uno e tutto sarebbe andato in malora. Suo patrigno era originario di un piccolo centro del basso campidano e qualche giorno prima del matrimonio partì insieme a sua madre. Quando le fecero gli auguri sentì di essere una sfigata.

Ma sicuramente non era questo il motivo che aveva portato al fallimento del suo matrimonio. C’erano stati alcuni segnali, inconfondibili, che non aveva saputo cogliere.

Il marito, con la scusa di cercare lavoro, ogni giorno faceva il giro dei bar del paese; a lei invece era aumentato il mal di schiena per il continuo chinarsi a lavare scale e pulire appartamenti. E nonostante ciò i soldi non bastavano mai.

Almeno tre volte la settimana, doveva andare fino a Gollai. Il suo lavoro di domestica era concentrato per lo più in quella zona e quando percorreva la salita ripida, le sembrava di non farcela.

Per trovare coraggio, la mattina aveva cominciato a bere mezzo bicchiere di acquavite che teneva sotto il lavandino, ben mimetizzata tra i flaconi dei detersivi. La ingurgitava velocemente per assaporare meglio quel liquido che scorre e poi sentire quella sensazione di calore, rassicurante.

Il tratto di strada dal sagrato di S. Antonio de su ‘ocu fino a lassù era duro, ma non aveva alternative.

Una delle tante volte che si trovò per terra, a ridosso del tavolo della cucina, l’inverno era iniziato da poco. La stagione fredda, rispetto agli anni precedenti, era arrivata in anticipo e i cespugli del bordo strada erano ricoperti da una brina sottile. Anche quel giorno tutto era iniziato con il mancato pagamento di una bolletta.

In Comune le avevano rifiutato il sussidio per poterla pagare, ma lei non voleva darsi per vinta. Era andata a cercare lavoro e imboccato il viale alberato che porta alla spiaggia di Sa Marina, aveva fatto il giro dei ristoranti, ma nessuno aveva bisogno di altro personale.

Era tornata a casa relativamente presto, e insolitamente trovò suo marito stravaccato nella poltrona a fare zapping davanti al televisore. Lui disse che nella vita aveva sbagliato tutto, anche quelle due stanze malandate nel cortile di S. Antonio le avevano ottenute per merito suo e dei parenti che in Comune contavano qualcosa. Nell’ultimo giro elettorale, aveva fatto le ore piccole per cercare voti, bussando alle porte anche di quelle conoscenze che aveva dimenticato da tempo. Ma in conclusione qualcosa era riuscito a ottenerla.

Diceva queste cose urlando, e le vene del collo erano talmente ingrossate che sembravano scoppiare da un momento all’altro. La tensione lo portava a irrigidire le mani che nel corpo di Patrizia scendevano come fossero artigli di un rapace. Cominciò a lanciarle addosso degli oggetti. Le agguantò una caviglia per trascinarla, ma lei fu più veloce nel cercare rifugio e avvinghiarsi ai piedi del tavolo. Solo il rientro dei bambini pose fine a quella lotta insensata, dove anche lei aveva cominciato a difendersi dando colpi alla cieca. Purtroppo ebbe la peggio, ne uscì col corpo tumefatto e il viso gonfio per il continuo sbattere sul pavimento. Ma ogni volta giurava a se stessa che sarebbe stata l’ultima.

I bambini spaventati dalla scena si rifugiarono in cameretta, Patrizia non ebbe il coraggio di andare a rassicurarli come al solito. Passò la notte chiusa a chiave in un piccolo ripostiglio, improvvisò una sorta di giaciglio e vi appoggiò il corpo dolorante. L’indomani mattina non c’era verso di potersi alzare, sentiva il vociare dei bambini che litigavano e il marito intimava loro di sbrigarsi per non fare tardi a scuola. Al rumore del portoncino d’ingresso che si chiudeva e il rombo di un motore allontanarsi, si alzò. Voleva essere sola alla vista della sua figura riflessa nello specchio. Camminava lentamente quasi avesse paura che qualcuno la sentisse, era sempre stato così. In quella casa non aveva mai avuto spazi dove potersi muovere senza cercare lo sguardo di approvazione di chi comandava la scena. Come aveva immaginato, lo specchio le rimandò una donna scarmigliata con un segno bluastro sotto l’occhio destro, segni rossi attorno ai polsi e decine di lividi sparsi nelle gambe.


I più grossi stavano sopra le ginocchia, i segni inconfondibili di quando aveva cercato protezione sotto il tavolo. Quella mattina sentì montare dentro di sé una forte rabbia, ma tutte le volte finiva al solito modo, restava un paio di giorni col muso lungo e poi inevitabilmente, per la quiete familiare, lasciava perdere.

Con frenesia prese a spostare i flaconi dei detersivi per cercare l’acquavite. Finalmente la trovò. Era rimasto solo il fondo e inoltre non poteva procurarsene dell’altra: in paese si conoscevano tutti.

Aprì i mobili del soggiorno e vi trovò delle rimanenze di liquori che avevano utilizzato per il matrimonio. Erano lì da troppo tempo. Provò ad aprire qualche bottiglia, ma ebbe difficoltà. Le venne un attacco di panico, ma in qualche modo doveva risolvere, altrimenti sarebbe stata la fine.

Lo squillo del campanello la fece trasalire, ripose le bottiglie alla rinfusa e andò ad aprire. Per un attimo si era dimenticata le condizioni in cui era, ma tutto le tornò in mente quando vide l’espressione sgomenta del postino.

- Serve aiuto? – chiese l’anziano signore che da anni portava la posta in quella zona.

- No, no tutto a posto si affrettò a dire – ma rispose senza troppa convinzione. Fece un gesto per sistemarsi i capelli, come se fosse l’unico motivo di sconcerto dell’altro.

- Signora è sicura di stare bene?

- Sì, non si preoccupi. Ieri sera mentre salivo in soffitta a stendere, ho inciampato nei giochi dei miei figli. Lo sa come sono i bambini, loro lasciano tutto in giro e le mamme fanno i ruzzoloni e questi sono i risultati. Così dicendo sollevò il lembo della gonna e con una punta di civetteria, mostrò i lividi che aveva sopra le ginocchia.

Ma le bastò vedere la persona che stava dietro il postino per cambiare umore. Liquidò l’uomo con una battuta formale, giusto il tempo di ritrovarsi a pochi centimetri dall’ombra di suo marito.

Salutò a denti stretti ed entrò in casa, sentì un fremito di paura. Erano soli. Ma dalla espressione di lui, capì subito che l’aggressività della sera prima aveva lasciato il posto a una calma apparente.

- Scusami, non succederà più – sentì la sua voce provenire dall’altra stanza.

Lei non rispose.

Nello specchio dell’armadio di camera da letto ne vide la figura riflessa, una donna che dimostrava più dei suoi trenta cinque anni.

Lui la raggiunse e le posò le mani sulle spalle, ma il suo viso si contorse in una smorfia di dolore. Fece qualche passo in avanti per sfuggire a quell’ipocrita gesto di intimità.

Quello che disse dopo aver sentito le scuse da parte del marito, non lo ricordava più.

Aveva sfogato parte della sua rabbia, sapeva che quello sarebbe stato il suo momento. Poi la quotidianità avrebbe ripreso il sopravvento, per essere nuovamente la protagonista di un vecchio film girato troppe volte.

Gli anni, i mesi e i giorni si alternavano a stati di violenza e a rari momenti di tregua. Frangenti in cui lui si faceva perdonare promettendole che non sarebbe più successo. Ma anche allora subiva la sua passione molesta, che non avrebbe portato a niente di buono.

Anche quella mattina, si era alzata di buon ora. Il triangolo di luce riflesso sul pavimento della cucina le sembrava di buon auspicio. Patrizia finse di non vedere il tremolio delle sue mani, ma sapeva di non riuscire a tornare indietro.

Il rumore sordo del portone d’ingresso, la fece trasalire. Suo marito era uscito di casa, non che si aspettasse un gesto affettuoso ma almeno un saluto veloce.

Accennò un movimento come per raggiungerlo, ma si bloccò. Le venne in mente l’ultima litigata da cui era uscita pesta, tanto da ricorrere alle cure della guardia medica.

Uscì di casa per andare in Comune, passò davanti ai negozi della via principale. Proseguì a camminare e all’altezza della gioielleria, girò l’angolo e si indirizzò sulla destra del viale.

Vide suo marito seduto in uno dei tavolini della gelateria Esmeralda. Era in compagnia di altri avventori e teneva in bella mostra un boccale di birra.

Lei provò a rallentare, ma lui non la chiamò, sebbene fosse sicura che l’avesse vista.

Indifferenza assoluta. Buio…solo buio.

Quella sera il cielo scuro senza stelle era in netto contrasto con la luna, sospesa nel suo infinito.

Anche Patrizia venne trovata sospesa ad una corda. Le braccia allineate lungo il corpo, come per rassegnarsi a un destino avverso. E le palpebre abbassate in uno stato di attesa.

Aveva preferito salire su in soffitta, dopo che i figli erano andati a letto. Aveva lasciato le stoviglie ancora gocciolanti nello scolapiatti e prima di prendere quel pezzo di corda dalla cantina, si ricordò che doveva stendere l’ultima lavatrice. Aveva aperto l’oblò e sistemato i panni per bene nella bacinella, si ritrovò tra le mani i calzini dei bambini e le felpe che avrebbero, ancora, indossato.


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