Storia della storiografia




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Il dibattito epistemologico nel XX secolo

Estratto da Gualberto Gismondi, Progresso, in Documentazione Interdisciplinare di Scienza e Fede, http://www.disf.org/Voci/97.asp


Nel secolo XX, gli sconvolgenti mutamenti nelle scienze fisiche, i tragici interrogativi sollevati dagli “inutili massacri” delle guerre mondiali e locali, l'olocausto ebraico e nucleare, il ricorrere di devastanti crisi economiche, il susseguirsi di barbare e tiranniche dittature ed infine la guerra fredda, distrussero ogni residuo d'ingenua fiducia nel progresso. Il dibattito generale si spense. Ciò avrebbe consentito di concentrare l'attenzione sul progresso delle e nelle scienze, in condizioni storiche e contesti socioculturali assai diversi dall'epoca precedente. Ormai il mondo appariva trascinato da eventi incontrollabili che ispiravano sgomento e pessimismo. Razionalità scientifica, tecnica, economica o industriale, erano criticate e accusate di opprimere le persone, violare la natura, imporre la tirannia delle macchine. Ai temi del progresso subentravano, sempre più, quelli dell'alienazione, emarginazione, restrizione e soppressione della libertà, perdita di valori, fini e significati, sopravvivenza. La modernità era accusata di portare a unanuova barbarie”. La vecchia identificazione razionalista-positivista della scienza con il progresso sopravviveva nei media, nella scuola e, in parte, nel linguaggio comune. Si moltiplicavano le critiche alle attività e imprese tecnoscientifiche, ritenute negative per il pianeta e “regressive” per la specie umana.

I rapporti fra progresso delle scienze e condizione umana focalizzavano l'interrogativo se la scienza possa dirsi un progresso in se stessa o solo rispetto a un generale progresso umano. Di fronte a conoscenze scientifiche più numerose, ampie e rigorose rispetto al passato, ci si chiedeva in che consisteva il loro progresso e come valutarlo. Il dibattito si spostava da un generico e ipotetico progresso delle scienze, a un più concreto e specifico progresso nelle scienze. Questa discussione, assai più interessante e complessa, è tuttora in pieno svolgimento e verrà esaminata nelle prossime sezioni. Il capovolgimento di mentalità, idee, temi e problemi, dovuto a più di un secolo e mezzo di dibattito sul progresso, lo si può ricavare confrontando due significative affermazioni. La prima è del filosofo illuminista M.J. de Condorcet nella sua opera Esquisse d'un tableau historique des progrès de l'esprit humain (1792-1793): «verrà il tempo in cui sulla terra il sole splenderà solo su uomini liberi, i quali non riconoscono sopra di sé altro signore se non la ragione, giacché tiranni e schiavi, preti e loro strumenti ottusi e ipocriti esisteranno solo nei libri di storia o sulle scene dei teatri» (Paris 1963, p. 345). La seconda è del fisico contemporaneo M. Born, Nobel per la fisica nel 1954, secondo il quale «le scienze della natura hanno distrutto, forse per sempre, i fondamenti etici della civiltà» (Erinnerung und Gedanken ein Physikers, “Universitas” 23 (1968), p. 273). Entrambe si commentano da sole.

Les Annales

Approfondimento a cura di M. Mastrogregori tratto dal Dizionario della storiografia, Paravia Bruno Mondadori

http://www.pbmstoria.it/dizionari/storiografia/lemmi/011.htm


Corrente di pensiero e di attività storica (secondo alcuni una vera e propria "scuola") nata dalla rivista fondata nel 1929 da M. Bloch e L. Febvre, Annales d'histoire économique et sociale, divenuta nel 1946 dopo vari mutamenti di titolo "Annales. Economies. Sociétés. Civilisation" e dal 1994 "Annales. Histoire et sciences sociales". Il movimento consiste prima di tutto nei contributi dei direttori e dei collaboratori, ma vi rientrano le opere che la rivista ha suscitato con il suo progetto storiografico, e anche l'attività (dopo la fondazione nel 1947 della VI sezione dell'Ecole pratique des hautes études), di una potente istituzione francese di ricerca. La storia delle "Annales" si può dividere in tre periodi (1929-1944; 1945-1968; dal 1968 in poi). Nel 1929 esse si presentano come la rivista di una storiografia economica concepita in modo nuovo. Il fatto però che né Bloch né Febvre fossero a quella data degli storici dell'economia in senso stretto ci fa pensare che scegliessero strategicamente quel terreno come il più adatto per far valere un concetto nuovo della storiografia in generale: per la possibilità d'una cooperazione internazionale, per le maggiori opportunità editoriali (la rivista avrebbe potuto occuparsi del tempo presente e raggiungere un pubblico formato non solo da storici, ma anche da professionisti e imprenditori), ma soprattutto per la necessità d'un lavoro comune con le scienze sociali, dalla geografia alla statistica, dall'economia politica alla psicologia e alla sociologia. La struttura della rivista, con la prevalenza delle recensioni critiche, richiama quella dell'"Année sociologique" di E. Durkheim, e si è ipotizzato che Bloch e Febvre volessero riprendere, a favore della storiografia, il disegno durkheimiano di un'egemonia della sociologia tra le scienze sociali, elaborato all'inizio del secolo proprio contro la storiografia. Nelle recensioni i direttori fanno valere l'esigenza d'una storiografia concreta, priva di condizionamenti schematici, una storia critica che pone problemi. Non veniva tracciata una linea precisa tra storia e non storia. Venivano discussi i fenomeni più distanti nello spazio e nel tempo: il primo fascicolo abbracciava quasi duemila anni di storia, con articoli sul prezzo del papiro nell'antico Egitto, sull'istruzione dei mercanti nel Medioevo, sull'economia tedesca del primo dopoguerra e sulla popolazione nell'Urss. Si trattavano anche avvenimenti contemporanei, e si svolgevano inchieste sulla crisi delle banche (1932-1934), sulla riforma agraria in Spagna (1933), sul nazismo (1937). Nello stesso tempo si promuovevano gli studi di storia regionale e locale (l'eredità di P. Vidal de la Blache), ma è indubbio che l'ampliamento della nozione di storia si verificò con il porre problemi insoliti per la tradizione storiografica: questioni di storia rurale e stradale, di storia monetaria e dei prezzi, di popolazione e colonizzazione, di storia delle industrie, di archeologia agraria, di storia dei mestieri, della vita materiale, del libro e della tipografia; problemi di iconografia economica, di storia delle tecniche, del lavoro, dei trasporti, dei nomi di persona, delle poste, di archeologia botanica, di storia dell'alimentazione e delle famiglie, di geografia e storia delle fonti documentarie: il tutto affrontato con taglio sociale e su scala geografica mondiale. La linea tra storia e non storia è tracciata dalla capacità di porre nuove domande alle fonti e di rispondere in modo scientifico. La scienza a cui pensano Bloch e Febvre è nello stesso tempo la sociologia dei durkheimiani, la ricerca geografica sul campo di Vidal, la psicologia storica di H. Berr, la comparazione linguistica di A. Meillet. Lo storico assume un compito creativo: «I documenti», scriveva Bloch nel 1929, «restano monotoni ed esangui fino al momento in cui il colpo di bacchetta dell'intuizione storica rende loro l'anima». Febvre avvertiva ancora più forte questo ruolo quasi magico dello storico, perché era sensibile, a differenza di Bloch, alla tradizione della «résurrection du passé» di Michelet. La distanza di temperamento e di formazione tra i due direttori aumentò progressivamente a partire dal 1936. Dopo la morte di Bloch (1944) si ebbe una prima svolta nella storia del movimento: Febvre e F. Braudel, abili politici accademici, portarono al successo il nuovo modello di storiografia, assicurandogli nel 1947 il sostegno di un'istituzione: la VI sezione dell'École Pratique. All'attenzione per lo spazio geografico, il milieu , che aveva ispirato l'inchiesta sui plans parcellaires , i lavori di storia rurale di Bloch, ma anche la tesi di Braudel sul Mediterraneo (1949), si sostituirono, soprattutto per opera di quest'ultimo, l'economia di lunga durata, l'analisi quantitativa delle fonti, il dialogo con la sociologia di G. Gurvitch, il marxismo di C.E. Labrousse, l'antropologia di Lévi-Strauss. Nelle prime "Annales" soggetto della storia erano gli uomini; con le "Annales" di Braudel prevalsero strutture e condizionamenti. Dopo il 1968 il movimento assunse una fisionomia policentrica difficile da disegnare. In generale si reagì al "determinismo" di Braudel con ricerche di storia della mentalità (P. Ariès, A. Dupront), di antropologia storica (J. Le Goff, G. Duby), di microstoria narrativa (E. Le Roy Ladurie), con studi di storia sociale della cultura (M. Chartier) e ricerche sulla trasmissione delle immagini collettive del potere e del passato nazionale (M. Agulhon, P. Nora). Nell'attuale movimento delle Annales la serie dei problemi nuovi si è arricchita rispetto alle proposte di Bloch e Febvre, ma l'impronta del loro esprit si scorge ancora. L'analisi scientifica del movimento, benché esistano studi particolari, è ancora da fare. L'elemento comune a tutto il percorso è la pratica di una storiografia scientifica che adoperi i metodi delle scienze sociali. Rispetto alla Histoire de France di E. Lavisse è questa la novità, e rispetto alle forme contemporanee di storiografia scientifica (per esempio tedesche) è questa l'originalità specifica. Nel movimento si riflettono però anche temi largamente europei, come quello del "genio" dello storico che dà vita ai documenti (si pensi al neokantismo o a Croce), e si ritrovano motivi della tradizione romantica francese, col suo gusto per la narrazione, che contrasta con l'analisi della storia-scienza, e s'avvicina all'antico concetto dell'arte storica e al senso storicistico dell'individualità. Il risultato concreto del movimento delle Annales è tuttavia l'invenzione di problemi storici nuovi, per mezzo d'una combinazione, unica del nostro secolo, di personalità creative, monografie classiche, lavoro collettivo e istituzioni di ricerca. Del contenuto delle "Annales" esistono tre indici bibliografici completi.


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