Storia della storiografia




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Lotta di classe e critica della prassi


Per comprendere realmente ciò che un uomo è in un determinato periodo della sua storia non si può poggiare sulle opinioni che l'uomo ha di se stesso (che rappresentano la sovrastruttura ideologica) ma occorre capire in che momento dello sviluppo delle forze produttive si trova a vivere. In questo modo, per avere una conoscenza corretta dell'uomo, non si parte dall'opinabile contenuto della sua coscienza, inevitabilmente soggettivo, ma dall'oggettività dei dati di fatto, empirici e constatabili, che si esprimono nell'attività economica che lo stesso uomo, necessariamente, pone in essere.

Il destino dell'uomo nella storia è quello di vivere una contraddizione che nasce nella struttura economica. I rapporti di produzione in cui si è trovato l'uomo durante l'intero sviluppo della sua storia si manifestano palesemente nei rapporti di proprietà, ovvero nel modo in cui si possiedono i mezzi che servono a produrre le cose necessarie alla sua sussistenza. Nella struttura economica vengono a crearsi due classi di uomini: una che detiene i mezzi di produzione e una che rappresenta la forza lavoro, la classe che produce i beni utilizzando mezzi di produzione che non sono di loro proprietà.

Durante il corso della storia, nel periodo schiavistico dell'antichità, le classi egemoni, i cittadini e i patrizi rappresentavano la classe dominante, la classe che deteneva i mezzi di produzione, mentre gli schiavi, e in diversa misura i plebei, erano la forza lavoro. Nel periodo medioevale, allo stesso modo, i signori della nobiltà feudale detenevano la proprietà di quei mezzi che i servi della gleba utilizzavano per produrre i beni di cui non erano naturali possessori. Anche nel periodo contemporaneo a Marx, il periodo dello sviluppo industriale, si assiste alla divisione in classi: da un lato i capitalisti, coloro che detengono il capitale e le industrie, ovvero i mezzi di produzione, e dall'altro i proletari, gli operai che lavorano nella fabbrica producendo i beni con mezzi di produzione in possesso di altri.

Si assiste, dunque, e questa secondo Marx è una legge storica universale, ad uno scontro perenne tra due classi, quella che detiene in proprietà i mezzi di produzione e quella che produce beni utilizzando quegli stessi mezzi che non saranno mai di loro proprietà. La prima classe sarà destinata inevitabilmente a dominare sulla seconda.

Per rimuovere questa ingiustizia, vera e propria contraddizione interna al sistema economico di ogni epoca, secondo Marx, non è possibile intervenire per via puramente mentale, ma occorre intervenire nella struttura stessa del sistema economico in modo da rimuovere concretamente e materialmente le cause di tale contraddizione. Tale rimozione avviene nella storia nei periodi di rivoluzione, ovvero in quelle epoche in cui gli uomini delle classi sfruttate sono in grado di comprendere la loro situazione e di cambiare i rapporti di forza all'interno della struttura economica. Questa è la critica della prassi, ovvero il rivolgersi a una lettura critica dei fenomeni reali dell'esistenza (la prassi, la pratica) e non agli sviluppi della critica teorica, la quale, come si è visto, viene determinata dalla realtà pratica.

"A un certo punto del loro sviluppo le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con l'organizzazione sociale del lavoro, cioè con i rapporti di produzione esistenti e quindi con i rapporti di proprietà." (K. Marx). Ciò significa che le forze produttive materiali, ovvero la forza lavoro, la classe che produce ma non detiene i mezzi di produzione, non si trovano più in accordo con il sistema socio-economico esistente. Ad un certo punto del divenire storico, le classi dominate non si riconoscono più in quel sistema di lavoro che all'inizio aveva permesso la loro stessa esistenza. Il sistema di lavoro e di produzione espressione della classe dominante tende a conservare lo stato di cose, un cambiamento, infatti, comporterebbe uno sconvolgimento sociale tale che i dominanti non sarebbero più sicuri di trovarsi nella posizione di dominio.

Queste fasi di rivoluzione, in cui una classe preme sull'altra per il cambiamento, si riscontrano in tutti i periodi di passaggio da un modello di produzione all'altro: così fu nel passaggio dalla società schiavista a quella feudale, e da quella feudale a quella industriale-capitalista. Nel sistema capitalista i borghesi che detengono la proprietà dei mezzi di produzione sono l'ultima forma che ha preso la classe dominante, la classe che intende impedire lo sviluppo della storia conservando la struttura socio-economica esistente. Il mutamento, nel sistema capitalistico, è rappresentato dai proletari, la forza lavoro delle fabbriche, che, essendo in posizione di svantaggio, premono per un cambiamento dello stato di cose esistente.

Sono i proletari che nel sistema di produzione moderno garantiscono la dialettica del processo storico e tendono a distruggere il sistema di produzione borghese. Per Marx il successivo sviluppo della società borghese porta a una forma socio-economica nuova e definitiva, in cui la rivolta della classe dominata porterà alla definitiva eliminazione delle classi e della stessa lotta di classe, annullando di fatto anche la proprietà privata (la proprietà privata dei mezzi di produzione è infatti connaturata alla classe dominante). Questo movimento reale e necessario della storia verso una società non più classista e quindi egualitaria porta a quel nuovo sistema di vita e di produzione dei beni che Marx chiama comunismo.


• K. Marx, Per la critica dell'economia politica, Editori riuniti, Roma 1973; A. Labriola, La concezione materialistica della storia, Laterza, Roma-Bari 1976; B. Croce, Materialismo storico ed economia marxistica, Laterza, Roma-Bari 1978.
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