Cultura, economia e società nella seconda metà dell’800




НазваниеCultura, economia e società nella seconda metà dell’800
Дата18.11.2012
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Cultura, economia e società nella seconda metà dell’800



Fra il 1870 e il 1914, vi fu un cambiamento delle tecniche di produzione industriale. All’età del carbone, del ferro e delle macchine a vapore, subentrò l’età dell’acciaio, del petrolio e del motore a scoppio. Le ripercussioni di questi cambiamenti sul lavoro industriale e nella vita quotidiana furono enormi. Con l’espressione seconda rivoluzione industriale s’intende indicare l’insieme di questi mutamenti.


I progressi della scienza


Intorno alla metà del XIX secolo, la seconda rivoluzione industriale fu preparata da una rivoluzione scientifica e tecnica, che mise a disposizione dell’industria i risultati delle proprie scoperte. Grazie all’applicazione su sempre più larga scala delle scoperte scientifiche ai vari rami dell’industria, fecero la loro prima apparizione una serie di strumenti, di macchine e di oggetti di uso domestico che avrebbero cambiato le abitudini, i comportamenti e i modelli di consumo di centinaia di milioni di uomini.

Gli sviluppi più importanti della scienza riguardarono la matematica, la chimica, la fisica e la medicina. I progressi di quest’ultima furono spettacolari. Luigi Pasteur (1822-1895) in particolare può essere ricordato come uno dei principali benefattori dell’umanità. Egli fondò la microbiologia, scienza degli organismi microscopici, che è all’origine dell’uso dei vaccini. Grazie alla diffusione della vaccinazione, numerose malattie (come il colera e la. rabbia) scomparvero dai Paesi occidentali.

Ma alla base della seconda rivoluzione industriale c’erano soprattutto i progressi realizzati dalle scienze fisiche e chimiche. In fisica, fra le numerose scoperte, importantissima quella sulle onde elettromagnetiche, da cui ebbero origine, negli ultimi anni dell’Ottocento, i primi esperimenti di telegrafia senza fili di Guglielmo Marconi. Infine la chimica, con le sue applicazioni, invase ogni campo dell’attività industriale, dalla conservazione dei cibi alla fabbricazione di tessuti, profumi, medicine.

Il rapporto sempre più stretto fra scienza ed industria introdusse nelle fabbriche nuove figure professionali: chimici, ingegneri, tecnici e ricercatori, che avevano il compito di perfezionare le macchine, di sperimentare nuovi sistemi di lavorazione delle materie prime, di organizzare più razionalmente il lavoro degli operai.


Nel corso della seconda metà dell’Ottocento, due concorrenti del carbone e del vapore apparvero all’orizzonte: il petrolio e 1‘elettricità.

Il petrolio era noto fin dall’antichità, ma il suo uso era sempre stato molto limitato. Veniva utilizzato per impermeabilizzare gli scafi, poiché, a contatto con l’aria, si trasformava in bitume, o nelle lampade per l’illuminazione. Quando, nel 1859, fu perforato, in Pennsylvania, negli Stati Uniti, il primo pozzo petrolifero, scoppiò una vera e propria febbre di ricerca dell’“oro nero”, come fu chiamato il petrolio. Infatti si comprese ben presto che poteva facilmente sostituire il carbone come fonte di energia, costava poco, non era ingombrante e, ricorrendo a semplici accorgimenti (oleodotti e carri cisterna), poteva essere agevolmente trasportato.

L’elettricità fu prodotta industrialmente fra il 1869 e il 1883. Geniali inventori risolsero il problema del suo sfruttamento con la dinamo e la turbina, del suo trasporto a distanza e, grazie a Tommaso Edison, del suo utilizzo per l’illuminazione. La lampada elettrica sostituì progressivamente il lampione a gas nell’illuminazione delle città; New York fu la prima metropoli ad inaugurare la nuova invenzione.

L’acciaio subentrò in molti settori al ferro, in quanto furono scoperti nuovi sistemi di lavorazione dei metalli. Per la sua robustezza, questo materiale si prestava molto meglio per un impiego nella costruzione di ferrovie, di armi o di bastimenti. Ma, oltre ad essere robusto, l’acciaio, che è una lega di carbonio e ferro, è anche elastico e gli architetti, nella loro ricerca di nuove tecniche costruttive, lo utilizzarono per costruire ponti ed edifici altissimi, i grattacieli. Il primo grattacielo in acciaio cemento e vetro sorse a New York nel 1889. Nello stesso anno, a Parigi, fu ultimata la costruzione della Torre Eiffel, simbolo dell’ “era dell’acciaio” e dei tempi moderni.


Nel 1815, la popolazione mondiale era stimata 900 milioni di abitanti; essa raggiunse i 1.650 milioni nel 1914. Questo rapido aumento della popolazione mondiale costituì la cosiddetta rivoluzione denw grafica, che iniziò nei Paesi industrializzati di Europa e nell’America del Nord. Questa grande crescita fu il risultato di una differenza crescente fra un tasso di natalità sempre elevato e un tasso di mortalità sempre più basso. Le cause? Le epidemie scomparivano o si attenuavano, alcune malattie infettive venivano sconfitte. Questa esplosione demografica accrebbe il numero dei lavoratori e dei consumatori e rese possibile la rivoluzione economica.


I nuovi progressi nella produzione industriale, introdotti dallo straordinario sviluppo di scienza e di tecnologia, permisero un rapido espandersi del mercato, che raggiunse dimensioni planetarie. La storia dell’umanità cominciò così a diventare interdipendente in ogni parte del pianeta; ogni mutamento, in qualsiasi luogo della Terra, finiva col coinvolgere, direttamente o indirettamente tutti. Stava nascendo una dimensione planetaria della storia: quella nella quale, assai più compiutamente, oggi viviamo. Nacque un unico commercio mondiale e, con esso, anche molti problemi.

Nell’ultimo quarto di secolo si dovette abbandonare il libero scambio, che aveva caratterizzato il periodo precedente. Le grandi potenze economiche scelsero una politica protezionistica, fatta di dazi doganali elevati e causa di tensioni fra gli Stati, ma era l’unico modo per proteggere le varie economie da quelle dei Paesi più forti.

Con l’espandersi del mercato, crebbe anche la quantità di moneta circolante. Accanto all’oro, di cui vi era grande disponibilità, dopo la scoperta di importanti giacimenti in California e in Australia, le forme di pagamento più comuni si attuavano attraverso i biglietti di banca, il cui valore era garantito dalle Banche nazionali, o tramite gli assegni bancari. Questo sviluppo, tuttavia, conobbe ricorrenti crisi e stagnazioni, le più gravi fra il 1870 e il 1890. Il carattere ciclico di tali depressioni economiche (che sono state definite dagli storici dell’economia, appunto, crisi cicliche del capitalismo), non era tanto dovuto ai limiti del sistema produttivo industriale, ma piuttosto all’incapacità del mercato, a causa dello scarso potere d’acquisto di vasti strati della popolazione, di assorbire tutta la produzione industriale.

Erano quindi crisi di sovrapproduzione quelle che provocarono il fallimento dei settori industriali più deboli, con conseguenti ondate di disoccupazione e tensioni sociali.

I fatti politici e sociali di questa epoca vanno perciò inseriti in questa cornice economica in rapidissima trasformazione; al di fuori di essa diventerebbero assai poco comprensibili.


La crescita della produzione industriale e l’incremento degli scambi commerciali stimolò un grande sviluppo dei mezzi di trasporto e delle vie di comunicazione.

Il XIX secolo fu il secolo del treno. Una fitta rete di strade ferrate (1.100.000 km. nel 1914) percorse da treni più veloci e più comodi accorciò le distanze.

Vennero costruite linee ferroviarie trans-continentali: dalla costa dell’Atlantico alla costa del Pacifico degli Stati Uniti e, fra l’Europa e l’Asia, attraverso la Siberia, nel 1902 fu ultimata la Transiberiana. I battelli a vapore, con lo scafo d’acciaio e spinti da un’elica, sostituirono le navi a vela. Nel 1884 si impiegavano ormai solo sei giorni per andare dall’Europa all’America. Si cercò di rendere più brevi le rotte di navigazione, scavando canali fra un mare e l’altro. Il canale di Suez (1869) consentì più rapidi collegamenti fra l’Europa e l’Asia, attraverso il Mediterraneo; il canale di Panama (1914) fra l’oceano Atlantico e l’oceano Pacifico, senza essere costretti a doppiare il capo di Buona Speranza.

E, piano piano, due nuovi mezzi di locomozione iniziarono la loro conquista delle strade: l’automobile, grazie al motore a scoppio, e la bicicletta.

Il motore a scoppio fu un’invenzione che si sarebbe rivelata ricca di un numero straordinario di applicazioni. Esso fu messo a punto fra il 1876 e il 1890 e permetteva di utilizzare le nuove fonti di energia, il gas prima e poi il petrolio.


Una rete telegrafica sempre più fitta consentiva la trasmissione da un continente all’altro delle notizie. Il telegrafo, cioè la trasmissione a distanza di testi scritti e il telefono inventato dall’italiano Antonio Meucci, avevano abolito del tutto le distanze, rendendo istantanea la comunicazione. Le conseguenze furono enormi e i primi a beneficiarne furono i giornali. Alla fine del secolo, alcuni giornali raggiungevano già tirature di oltre un milione di copie (il “Time” in Inghilterra o “Le petit journal” in Francia). Il fatto è che i giornali rappresentavano in quei tempi l’unica fonte di informazione e il principale veicolo per diffondere idee e progetti. I giornali esercitavano perciò anche una grande influenza politica, di cui governi e opposizioni si rendevano ben conto.

La riproduzione delle immagini e dei suoni facevano a loro volta progressi. Nel 1878, Edison inventò il fonografo, l’apparecchio con cui egli riuscì a registrare e a riprodurre suoni. Quanto alla riprodu­zione delle immagini, stava facendo grandi progressi la fotografia.


Trasformazioni economiche e conseguenze sociali


La società europea subì profonde trasformazioni nella seconda metà dell’Ottocento, in seguito alla seconda rivoluzione industriale. La borghesia industriale e finanziaria, forte del proprio potere economico, tendeva a conquistare un ruolo politico di primo piano.

Il proletariato aumentava di numero, seguendo l’incremento del processo di industrializzazione, ma era ancora privo di diritti politici, mentre le sue condizioni economiche erano leggermente migliorate.

In Gran Bretagna e in Francia, i Paesi industrialmente più evoluti,. la borghesia conquistò progressivamente un ruolo centrale, grazie alla sua intraprendenza. Nuove figure si imposero ai vertici della società non più occupati dall’aristocrazia di sangue: banchieri, industriali e commercianti, le cui origini erano spesso umili e le fortune rapidamente acquistate. Nacquero vere e proprie dinastie di grandi imprenditori (quasi nuovi sovrani), che furono in grado di influenzare fortemente la politica dei rispettivi Stati: i Rockefeller negli Stati Uniti, i Krupp in Germania, i Rothschild in Francia e in Gran Bretagna. Questi ricchissimi borghesi avevano ormai assunto uno stile di vita aristocratico. I grandi imprenditori industriali, finanzieri, uomini politici di successo, gli alti funzionari dello Stato, i membri più in vista delle professioni liberali (medici e avvocati) e parte dell’antica nobiltà formavano la classe dirigente dei rispettivi Paesi.


La crescita del capitalismo determinò un rapido, ulteriore incremento del proletariato. Gli operai vivevano nelle periferie delle grandi città industriali, quasi sempre in condizioni miserabili, senza prospettive per il futuro. Il proletariato non rappresentava però una classe omogenea. Vi erano infatti operai qualificati, che godevano di una discreta paga, poi la massa di manodopera non qualificata, retribuita con salari che consentivano appena la sopravvivenza della famiglia. In questa massa vi erano comprese le donne, pagate la metà degli uomini, e i bambini. Esisteva poi un vasto sottoproletanato, fatto di chi lavorava saltuariamente e la cui esi­stenza era in bilico fra legalità e illegalità.

In Inghilterra, in Francia e in Germania, la condizione economica della classe operaia cominciava a migliorare. Essa poteva infatti beneficiare, nella seconda metà dell’Ottocento, di una legislazione sociale, spesso conquistata con dure lotte. Furono varate leggi che tutelavano il lavoro dei bambini, che garantivano il riposo domeni­cale e forme di assicurazione contro gli infortuni.


La “questione sociale”


Che cosa si intende per questione sociale? La “questione sociale” nacque con la rivoluzione industriale, che aveva lasciato ai lavoratori, come unica ricchezza, la forza delle braccia.

Nella seconda metà dell’Ottocento, gli operai si organizzarono in partiti politici di ispirazione socialista e in sindacati (socialisti e cristiani) per lottare contro un potere politico ed economico che essi ritenevano estraneo ai loro interessi e nemico.

Gli operai cominciarono ad organizzarsi, sia sindacalmente sia politicamente, dopo le rivolte senza successo e prospettive della prima metà del XIX secolo.

Forte fu, inizialmente, l’influenza di pensatori e agitatori politici, che diffondevano le teorie del socialismo e dell’anarchismo. Come i marxisti, gli anarchici condannavano la società borghese e capitalistica, ma, a differenza di Marx, essi rifiutavano la dittatura del proletariato e sostenevano l’assoluta libertà dell’individuo dalle leggi e dallo Stato. Il maggiore esponente e teorico dell’ anarchia fu Bakunin (1814-1876) che voleva l’abolizione, per mezzo di rivoluzioni, dell’ordine e dell’autorità costituita, nonché di ogni forma di costrizione: lo Stato, la proprietà e la religione. Fra i socialisti, esercitò un certo ascendente sulle masse operaie il francese Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865). Egli sosteneva l’idea rivoluzionaria che la “proprietà è un furto” ed auspicava l’evento di una libera società composta da piccole comunità di agricoltori.

In Inghilterra, a partire dal 1850-1860, la classe operaia, dopo le delusioni del cartismo, si organizzò in forti sindacati, le Trade Unions, che avevano ormai solo obiettivi riformisti, legati a rivendicazioni salariali e al miglioramento delle condizioni di lavoro. Nel continente, fu il pensiero e l’azione politica di Karl Marx a raccogliere il maggior numero di consensi fra i lavoratori, in particolare nel periodo compreso fra il 1864 e il 1876. In questo periodo, infatti, operò la Prima internazionale dei lavoratori, un organismo di coordinamento fra tutte le forze europee vicine al movimento operaio, voluto da Marx e fondato a Londra nel 1864. La Prima Internazionale accettava il principio della lotta di classe come principale strumento per la conquista del potere da parte del proletariato.


Le fortune della Prima Internazionale declinarono dopo il tragico esito della Comune di Parigi. Nel 1871, dopo la sconfitta francese nella guerra contro la Prussia, a Parigi sorse un governo rivoluzio­nario, formato da comunisti ed anarchici, che aveva come obiettivo l’abolizione della proprietà privata e la creazione di uno Stato socialista. In seguito alla sanguinosa disfatta della Comune, da parte dell’esercito regolare francese, la Prima Internazionale fu sciolta nel 1876. Si incominciò a pensare se la linea rivoluzionaria, sostenuta da Marx, che spingeva ad una agitazione sistematica per abbattere il capitalismo, facesse veramente gli interessi della classe operaia e fosse votata a sicura vittoria.

Nascevano così due anime del movimento socialista internazionale, che si sarebbero drammaticamente contrapposte durante buona parte del Novecento: una rivoluzionaria, quella marxista, che riteneva inevitabile il violento scontro fra il proletariato e la borghesia, e una riformista, che accettava il sistema parlamentare e che al suo interno intendeva battersi. Ma, poiché l’esigenza di un organismo internazionale, che collegasse i vari partiti socialisti europei, continuava ad essere sentita, nel 1889, a Parigi, nacque la Seconda Internazionale. Questa volta la forza politica che esercitava maggiore influenza al suo interno era il Partito Social-Democratico tedesco.

Erano le idee dei riformisti, che, oltre a quello tedesco, controllavano saldamente il Partito laburista in Inghilterra (1906). In Francia, il movimento socialista, decimato dopo i fatti della Comune di Parigi, si riorganizzò lentamente. Nel 1905, fu costituito un partito socialista.

I sindacati operai, per lungo tempo clandestini, si svilupparono sul finire dell’Ottocento e, anche al loro interno, si affrontavano le due linee, quella riformista e quella rivoluzionaria.


I problemi sociali e il ruolo della Chiesa


La Chiesa cattolica, dopo aver superato le tempeste della Rivoluzione francese, si trovò a dover affrontare i gravi problemi di una società in rapida trasformazione. L’urbanizzazione di vasti settori della popolazione aveva allentato i legami familiari e i valori tradizionali. Stava crescendo numericamente una classe operaia che, in buona parte, non appariva sensibile all’insegnamento della Chiesa, e interessata alle promesse di un avvenire migliore che il socialismo andava diffondendo. Gli Stati, da parte loro, volevano delimitare con chiarezza i rispettivi ambiti: si pensi al motto di Cavour: “libera Chiesa in libero Stato”. Anche il mondo della cultura conduceva una critica serrata alla religione.

La Chiesa cattolica, inizialmente, reagì condannando ogni nuova idea, a cominciare dal liberalismo, che non vedeva allineato con il suo insegnamento. E la condanna di papa Gregorio XVI, nell’enci­clica Mirari vos del 1832, fu durissima. I cattolici liberali, che cercavano di conciliare il nuovo secolo con la dottrina della Chiesa, furono invitati a rivedere le loro posizioni. Pio IX, nel 1864, nell’enciclica Quanta cura e nel Sillabo, ribadì la condanna contro ogni forma di materialismo e di ateismo, di cui, oltre al socialismo, anche il pensiero liberale era espressione.

Se sul piano dottrinale la posizione della Chiesa era intransigente e chiusa ad ogni novità, efficace ed aperta fu la sua azione pratica nei confronti delle gravi contraddizioni sociali legate alla rivoluzione industriale. Il mondo cattolico non restò insensibile di fronte al profondo stato di miseria delle popolazioni delle campagne e degli operai. Soprattutto le parrocchie promossero opere caritative in molte direzioni, fra cui l’istituzione delle Casse rurali (banche che privilegiavano il credito agli agricoltori) e di cooperative per venire incontro ai bisogni dei ceti più poveri.

Questo fermento di opere, di riflessioni e di stimoli sfociò, nel 1891, nell’enciclica Rerum Novarum di papa Leone XIII. La Rerum Novarum è il primo documento ufficiale della Chiesa sui gravi problemi legati alla questione sociale nell’età contemporanea. Vi si condanna il socialismo e la lotta di classe e si riafferma con forza il diritto alla proprietà privata, ma si sottolinea che i proprietari hanno il dovere di “dare a ciascuno la giusta mercede”, di non ridurre gli operai a una condizione servile e di “soccorrere col supeffluo ai bisognosi”.


Scheda: l’evoluzione della scienza e della tecnica


La medicina. I grandi risultati ottenuti in questo settore, furono dovuti allo sviluppo della biologia, della fisiologia, della genetica, della chimica. Le conseguenze sono ancora sotto i nostri occhi: l’allungamento della vita media dell’uomo, la scomparsa di gravi malattie infettive, sia negli uomini che negli animali (rabbia, co­lera, scoperta del bacillo della tubercolosi, carbonchio, una malat­tia del bestiame) e una decisiva diminuzione della mortalità infan­tile.

Robert Koch (1843-1910), insieme a Pasteur, è il padre della microbiologia. A lui si deve la scoperta del bacillo della tubercolosi e del vibrione del colera. Il frate agostiniano Gregor Mendel studiò per Otto anni gli incroci di piselli, scoprendo alcune leggi fonda­mentali dell’ereditarietà: nasceva la genetica. Claude Bernard (18 13-78) allargò le frontiere della fisiologia scoprendo i nervi vasomotori, gli effetti di sostanze velenose come il curaro e importanti funzioni svolte dal fegato e dal pancreas. Maria Curie (1867-1934), lavorando sulla radioattività, isolò, insieme al marito Pierre, il radio, un minerale di uranio. Questa scoperta chimica trovò largo impiego nelle terapie mediche. Ma, al di là dell’importanza della scoperta, è da sottolineare il fatto che la geniale ricercatrice sia stata una donna, il cui ruolo nella società era ancora considerato secondario. Infine, si ebbe la nascita di una nuova scienza per curare le malattie mentali: la psicologia.


La biologia. La biologia, nel corso della seconda metà dell’Ottocento, subì una vera e propria rivoluzione in seguito alla pubblicazione, nel 1859, dell’opera L‘origine del/a speciedi Charles Darwin (1809-82). Darwin sosteneva che le varie specie, quindi anche quella umana, si erano trasformate nel corso dei secoli per soprav­vivere nella “lotta per l’esistenza”. L’uomo era perciò il risultato di una selezione naturale, da parte dell’ambiente, e derivava da specie precedenti. Le. sue teorie evoluzionistichelo posero al centro di aspre polemiche, fu accusato di essere ateo, di non credere nella creazio­ne dell’uomo ad opera di Dio. Accuse che egli, comunque, sempre respinse.


Matematica e fisica. La matematica e la fisica subirono profonde trasformazioni. Alla matematica veniva richiesto un sempre maggior rigore logico, perché era ormai universalmente riconosciuta come il linguaggio delle principali discipline scientifiche. Importante, fra gli altri, Georg Cantor (1845-1918), che creò la teoria degli insiemi e definì i numeri reali.

In fisica, realizzarono grandi progressi la meccanica, l’ottica, l’acustica, la termodinamica e l’elettrologia. Ma le ricerche sperimentali condotte sull’elettricità, sui “raggi X” o sui fenomeni elettromagnetici misero in crisi i vecchi modelli d’interpretazione del mondo fisico, come la meccanica classica.

Nel XVII secolo, era stato Newton con la teoria della gravitazione universale, a porre le basi del pensiero scientifico moderno. La sua concezione si fondava sulla tesi della continuità della materia e dell’energia. Ma ora, i nuovi fenomeni scoperti misero in crisi la meccanica classica: con i principi di Newton non era infatti possibile spiegare l’induzione elettromagnetica (cioè la possibilità di ottenere corrente elettrica con la variazione di un campo magnetico) o altri fenomeni di natura elettrodinamica e elettromagnetica. Occorreva una nuova teoria e si fece avanti la convinzione che la materia fosse discontinua, per la presenza di piccole particelle elementari d’energia, gli elettroni.

I motori, i generatori elettrici, la telegrafia senza fili, il telefono, ecc., devono la loro nascita a questa incessante opera di ricerca scientifica. E la società del XIX secolo mutò profondamente!

Albert Einstein (1879-1955) inferse il colpo decisivo alla meccanica classica. Nel 1905, egli dimostrò la natura discontinua della luce, composta anch’essa da particelle infinitesimali: i fotoni, e gettò le basi, con la teoria del/a relatività, della fisica del XX secolo. La fisica atomica e la conquista dello spazio hanno la loro origine in queste scoperte.


La chimica. La chimica, fra tutte le scienze, fu senz’altro quella che si inseri in modo più diretto nei vari aspetti della vita quotidiana, dal cibo al vestire, per il numero enorme delle sua applicazioni pratiche.

Nell’abbigliamento: due chimici inglesi scoprirono una sostanza, la viscosa, da cui si ricaverà la prima fibra artificiale, il rayon, da utilizzare nell’industria tessile.

Nei cibi: alla fine del XIX secolo, si cominciò a far ricorso, per la prima volta, ad addittivi chimici nei cibi, per migliorarne artificial­mente il sapore o per conservarli più a lungo.

Nell’agricoltura: von Liebig usò in agricoltura i primi fertilizzan­ti chimici.

Negli armamenti: lo svedese Alfred Nobel, al cui nome sono intitolati i prestigiosi premi che, ancora oggi, vengono attribuiti ogni anno per meriti scientifici, letterari o per la pace, scoprì un procedimento per fabbricare la dinamite (1875), un esplosivo meno pericoloso della nitroglicerina (scoperta nel 1846), ma altrettanto efficace.

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