Percorsi alternativi alla guerra e alla violenza dall’antichità a oggi




НазваниеPercorsi alternativi alla guerra e alla violenza dall’antichità a oggi
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Дата06.09.2012
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"La Pace" di Aristofane


Aristofane merita infatti un approfondimento per capire la "crisi di credibilità" di Atene che diventerà una "crisi di identità" e, infine, una crisi politica generale. Aristofane ci consente inoltre di ripercorrere la storia della pace come storia della consapevolezza all'interno della letteratura.

Cinque anni dopo la guerra contro i Meli, Aristofane (che era di Atene) scrisse la celebre commedia Lisistrata (411 a.C.) in cui le donne ateniesi proclamano lo sciopero del sesso per far terminare la guerra del Peloponneso. Ma Aristofane da tempo aveva messo al centro delle sue commedie la crisi sociale e morale che le troppe guerre di Atene stavano generando. Prendendo di mira i generali e i politici e trattando il tema scottante della pace, Aristofane evidenziava che la democrazia di Atene stava naufragando a causa della sete di conquista. Quella che poteva essere una società pacifica (in ragione appunto della sua democrazia) stava diventando - in politica estera - sempre più simile alla bellicosa Sparta. Nella commedia Gli Acarnesi (425 a.C.)67, vi troviamo in cui un cittadino stufo della guerra del Peloponneso - che si protraeva ad oltranza e sembrava non finire mai - il quale riesce a stipulare una pace personale con Sparta. Subito viene rappresentata I cavalieri (424 a.C.), che contiene un pesante attacco contro il politico ateniese Cleone, simbolo dell'emergere di una nuova e spregiudicata classe sociale, il quale divenne un leader nel partito democratico dopo la morte di Pericle, distinguendosi per la una guerra spregiudicata contro i cittadini spartani dell'isola di Sfacteria: nel 425 a.C. impose condizioni di pace troppo dure e li costrinse alla resa. Una simile arroganza imperialistica al momento ha pagato ma alla lunga ha portato Atene ad una crisi morale e di identità. Aristofane colse tutto ciò nella commedia La Pace68. Scrive Silvia Barbieri:


"La Pace ripercorre le molteplici cause della guerra: il profitto personale, gli egoismi di partito, le miopi visioni che mettono gli Stati uno contro l’altro. Trigeo, un contadino ateniese, sale al cielo a cavallo di un gigantesco scarafaggio per chiedere conto agli dei della guerra che da dieci anni insanguina la Grecia. Ma gli dei, disgustati dal comportamento degli uomini, han fatto le valige, lasciando solo Ermes custode dell’Olimpo. Sotto il suo sguardo, dopo non poca opera di convincimento, verrà liberata la Pace che il dio della Guerra e il dio del Tumulto avevano ben seppellito in un antro profondo. Con lei Opora e Theoria, dee dei raccolti e delle feste ritorneranno sulla Terra. Il banchetto nuziale di Trigeo e Opora festeggerà la ritrovata armonia, nell’auspicio di prosperità ed abbondanza e nello sconforto dei fabbricanti d’armi".


Perché è interessante Aristofane e il suo teatro? Perché, come afferma Silvia Barbieri,


"il teatro è più universale e filosofico, insomma contiene più verità persino della storia, perché mentre la seconda è tenuta a raccontare le cose solo come sono state, il primo può raccontarle anche come potrebbero o dovrebbero essere. Di questa libertà, che non è irresponsabilità, proprio Aristofane è un modello: lui era un cittadino di Atene e un autore di teatro quando questa raggiunse il culmine della sua potenza e poi precipitò in un declino rovinoso. Ha amato la sua patria e sofferto per essa come pochi altri: i sedicenti leaders che mette in scena fanno rabbrividire per l’arroganza travestita da dedizione al popolo e la chiusura mentale travestita da progressismo".


Aristofane tenta di svolgere un ruolo educativo offrendo materia fantastica e reale su cui riflettere:


"Il suo mestiere - continua Silvia Barbieri - è la cultura, fatta attraverso la forza libera e vera delle risate in scena. Questo gli da il coraggio di dire quello che pensa faccia bene alla città, anche quando ciò può dispiacere ai cittadini stessi. Così, può mettere in scena le conseguenze estreme, profonde di una guerra nascosta, quella condotta da chi giustifica la violenza nel tempo della pace e nei luoghi della politica, insinuandola nel tessuto sociale; o costruire una città utopica, collocata sì nel mondo celeste degli uccelli, ma per insegnare qualcosa ad altri bipedi senz’ali; o ancora può scendere negli inferi per riportare fra i vivi qualche grande ateniese del passato, capace di ammaestrare i suoi cittadini. Da quest’ultimo dettaglio, come da tanti altri, si capisce forse meglio come le commedie di Aristofane siano attuali e stimolanti ancora oggi, soprattutto per i giovani, i quali hanno a disposizione, a paragone dei loro coetanei di una o due generazioni fa, molti istruttori in più, ma troppi educatori in meno. Possono apprendere di tutto, senza imparare niente. Aristofane crede fermamente che i maestri ci vogliano, e che debbano esporsi, parlare chiaro e rischiare l’impopolarità per il bene dei loro interlocutori".69


Aristofane è stato un uomo di cultura scomodo e, annota Maria Chiara Pievatolo, per tale ragione


"è stato definito di volta in volta, in rapporto al mondo cui si riferiva, un conservatore filospartano al soldo degli oligarchici, un democratico rurale in polemica con la città, un panellenista, un pacifista".


Il suo "teatro contro la guerra" mette in scena un "rovesciamento comico del mondo", come afferma ancora Maria Chiara Pievatolo:

"L'idea che la lunga guerra fra le città greche sia assurda e controproducente è rappresentata come una verità così evidente da essere accessibile perfino al buon senso elementare".70


E' merito di Aristofane aver fatto del teatro uno strumento di pace. Da notare: un convinto pacifista come Aristofane fu un conservatore in politica.71 Questa è la ragione per cui probabilmente il suo "teatro per la pace" non è stato valorizzato non solo dalla critica storica e letteraria marxista ma anche da quella più genericamente progressista. Infatti il pacifismo di Aristofane nelle commedie prendeva di mira i potenti72, i signori della guerra, i rapaci al potere che allora erano "progressisti" ed eletti dal popolo.

Ciò nonostante è accaduto nel 1927 che un gruppo teatrale di idee antifasciste rappresentò Lisistrata a Forlì di fronte a Mussolini, il quale non conosceva il contenuto pacifista della commedia di Aristofane: fu un coraggioso gesto di sfida.73


Alessandro Magno e il pirata


Sant’Agostino racconta di un pirata, fatto prigioniero da Alessandro Magno il quale gli chiese con quale diritto infestasse il mare. La risposta, giudicata da Sant’Agostino ispirata ad “arguzia e verità”, fu di “audace franchezza”. Infatti il pirata così giustificò al sovrano in che cosa si basasse il suo diritto: “Per lo stesso diritto con cui tu infesti tutta la terra. Ma poiché non ho che una piccola nave, sono chiamato pirata, mentre tu che hai una grande flotta sei chiamato imperatore”.

Quel pirata non arrivò mai ad immaginare che la regina d’Inghilterra Elisabetta I (1533-1603) avrebbe protetto i pirati (istruttiva è la storia di Francis Drake) ribattezzandoli “corsari” quando lavoravano per lei. Né avrebbe minimamente immaginato che in nome del diritto di commerciare droga con la Cina l’Inghilterra avrebbe promosso una guerra nell’Ottocento e organizzato per secoli – con equipaggi della peggior specie – il traffico degli schiavi durante la storia moderna. Ma i regnanti non verranno mai processati per quelli che sono considerate le più bieche attività della criminalità organizzata. E ancora oggi è sommamente indigesto (e per di più è anche ostacolato da chi vuol governare il mondo) un tribunale penale internazionale che possa giudicare tutti i responsabili di crimini contro l'umanità.


Roma


Romolo ammazza suo fratello


"Alle antiche età - scrive Tito Livio - si è soliti fare qualche concessione: mescolare l'umano con il divino per rendere più venerabili le origini delle città". Sulle origini di Roma e sui suoi sette re pertanto non ci soffermeremo più di tanto, dato che il vero è mescolato alla leggenda in modo inestricabile. Ma in ogni caso anche la leggenda ha una sua concretezza culturale e una sua funzione "mediatica" oggettiva per quello che fu il popolo romano. E all'origine di Roma sta un fatto che, leggendario o no, svolse per secoli una funzione ideologica di una concretezza essenziale. Romolo - ammazzando suo fratello Remo che aveva oltrepassato il solco di confine tracciato con l'aratro - divenne il simbolo dell'etica guerriera romana, un'etica che non guardava in faccia neppure il proprio fratello, che negava in altre parole alla radice la fratellanza come ideale che potesse evitare la guerra. Se nel nemico un uomo coglie il suo simile, il suo fratello, il suo amico, allora la guerra non può essere portata a termine. Ma a Roma è tutto il contrario: la città avvia la sua storia con l'omicidio di un fratello, un gesto dettato dall'orgoglio, neppure dalla legittima difesa. E' un omicidio non nascosto per vergogna ma rivendicato pubblicamente nelle tradizioni con autocompiacimento.

I Romani riescono cioè a capovolgere il senso del rimorso connesso all'omicidio di un fratello - che è alla base della storia di Caino e Abele74 - e lo espongono alla pubblica valutazione morale come un atto dovuto e necessario: uccidere il proprio fratello non è riprovevole quando c'è un confine di mezzo, ossia quando c'è di mezzo la guerra.75

Tuttavia, nonostante questa educazione morale finalizzata alla guerra, i Romani furono in alcuni casi protagonisti di episodi interessanti per questa storia della pace. Le donne sabine ormai spose dei Romani, come vedremo, riusciranno a bloccare uno scontro fra Sabini e Romani che si preannunciava sanguinoso; i plebei, inoltre, ad un certo momento verranno meno alle tradizioni militariste comprendendo che la guerra stava diventando la rovina dei poveri.


Le donne evitano la guerra con l'interposizione nonviolenta


Tutti noi abbiamo studiato a scuola o comunque conosciamo perché sentita raccontare, o perché letta, la storia del ratto delle sabine. Pochi conoscono però l'aspetto di pace presente in questa storia. Partiamo comunque dall'inizio. Fondata Roma, Romolo si occupò di popolarla. Per far questo offrì ricovero a rifugiati di paesi vicini. Il problema di assicurare al popolo romano un futuro dipendeva dalle poche donne presenti a Roma: questo rimaneva il problema. Romolo ebbe l'idea di organizzare una festa in onore del dio Conso e invitò i popoli vicini. Vennero in particolare i Sabini. Quando gli ospiti furono distratti, le donne sabine furono rapite dai giovani romani. Fu un vergognoso sequestro di persona collettivo. Il desiderio dei Sabini di lavare l'offesa col sangue era forte. I romani avevano già celebrato le nozze con le donne sabine. Qui un grande ruolo ebbero le donne che si interposero pacificamente fra i due eserciti per evitare spargimento di sangue, pronunciando un discorso di questo tono:


"Se la parentela reciproca, se le nozze vi crucciano, su noi volgete l'ira; noi siam causa della guerra, noi delle ferite e delle morti di mariti e di padri; meglio per noi morire che senza l'uno o l'altro di voi vivere vedove o orfane".76


L'interposizione nonviolenta in quel caso funzionò. Le donne sabine evitarono così la guerra, Romani e Sabini si riconciliarono e convissero in un'unica città.

Va comunque aggiunto, a scanso di equivoci, che la pace non restituì alle donne sabine la loro dignità offesa e violentata dal rapimento. Ma quali benefici avrebbe avuto una guerra?

Roma: i plebei dicono "signornò"


Una delle forme di lotta più efficaci utilizzate dai plebei per minacciare i privilegi dei patrizi era la "secessione". Come scrivono gli storici Vittoria Calvani e Andrea Giardina, la secessione era


"una specie di sciopero che i plebei proclamavano quando era in corso una guerra, rifiutandosi di combattere e ritirandosi in massa su un colle. Con i nemici alle porte e l'esercito che si rifiutava di combattere, ai patrizi non restava altro da fare che scendere a patti e trovare un accordo. Ma la secessione aveva un difetto: era una manifestazione occasionale e i suoi effetti si esaurivano non appena i patrizi riprendevano il controllo della situazione".77


La "disobbedienza militare" dei plebei può essere considerata una delle prime forme di lotta nonviolenta verso i patrizi che li opprimevano.

Il colle sul quale i plebei si ritiravano "minacciando" di costruire una propria città nuova e "plebea" si chiama ancora oggi "Monte Sacro" ed è oltre l'Aniene. Questo tipo di lotta è ritenuto uno dei più antichi esempi di azione nonviolenta da Gene Sharp, uno dei più importanti studiosi nel campo dell'azione nonviolenta.

Per comprendere meglio l'opposizione dei plebei alla guerra, possiamo leggere questo brano di Dionigi di Alicarnasso:


"Mentre essi [i patrizi, n.d.r.] stavano preparando tutto il necessario per la guerra e cominciavano ad arruolare truppe, vennero a trovarsi in una grande perplessità vedendo che non tutti i cittadini mostravano il medesimo ardore per la campagna militare. Giacché i poveri, e particolarmente quelli che non erano in grado di saldare i loro debiti nei confronti dei creditori - e costoro erano in gran numero - quando venivano chiamati alle armi, si rifiutavano di obbedire e non erano disposti a unirsi ai patrizi in alcuna azione di guerra, qualora questi non decretassero l'abolizione dei loro debiti. Anzi, alcuni minacciavano persino di abbandonare Roma e si esortavano a vicenda a soffocare il loro amore per una città che non dava loro alcuna parte di beni. Dapprima i patrizi cercarono di esortarli e di convincerli a cambiare idea ma, poiché in risposta alle loro proposte i plebei non diventavano affatto più moderati, allora si radunarono nel senato per vedere quale sarebbe stato il modo migliore per far cessare la protesta che turbava lo Stato. Pertanto tutti quelli che erano più onesti e i cui beni erano più modesti consigliavano che si dovessero condonare i debiti ai poveri".78

Il consociativismo di guerra


Va notato che la forma di lotta scelta dai plebei era talmente efficace che i patrizi capirono ben presto che avrebbero potuto guidare saldamente Roma solo associando i plebei ai "benefici" delle guerre. Nacque allora un "consociativismo di guerra" che - pur non dando ai plebei pari diritti - rimosse i più vistosi steccati i quali, dividendo i plebei dai patrizi, formavano una forma di "apartheid". Nel 445 a.C. cadde il divieto che impediva a patrizi e plebei di sposarsi. Nel 367 a.C. i plebei ottennero di poter accedere alla carica di console.

La mossa dei patrizi - associare i plebei, in posizione subalterna, alla spartizione del bottino di guerra - fece sfogare all'esterno la tensione accumulatasi all'interno della società romana. I plebei da "dominati puri" diventarono anche loro, in piccolo, dei "dominatori" e si sentirono accomunati ai patrizi da un medesimo sentimento patriottico. La spartizione del bottino fra patrizi e plebei fece nascere il senso di appartenenza ad un'unica patria, anzi alla Patria. Nacque l'"unità nazionale". E con essa il senso di essere su "un'unica barca" di cui anche i plebei avevano l'interesse che non affondasse. Solo una volta raggiunta tale compattezza sociale interna Roma cominciò la conquista della penisola.

Il sistema istituzionale non si trasformò in un sistema "democratico" sul modello ateniese ma acquistò l'aspetto di un complesso sistema lottizzato a cui i rappresentanti della plebe potevano accedere - entro limiti precisi e senza mettere in discussione il ruolo del Senato - ritagliandosi la propria fetta di potere. I tribuni della plebe, originariamente rappresentanti "sindacali" popolo romano più povero, si istituzionalizzarono trasformandosi in una parte (spesso corrotta) dello stesso Stato romano, ossia in un'istituzione-cerniera finalizzata a bilanciare, mediare ed ammortizzare le tensioni sociali. E quando queste ultime crescevano - anziché sottrarre risorse e potere ai patrizi - i plebei si abituarono a chiedere una fetta di bottino in più. Così i plebei, originariamente forti per la loro tattica nonviolenta, finirono per vedere nella guerra un elemento del "welfare state" di allora, ossia del proprio "benessere". Nel 167 a.C. fu abolita ogni tassa a carico dei cittadini romani in quanto le grandi conquiste del II secolo avevano sanato le finanze dello Stato.79

Un'analisi attenta meriterebbe la politica a Roma, in cui i partiti non erano canali di partecipazione democratica ma luoghi di difesa di specifici interessi, come scrive Umberto Diotti:


"Due erano i raggruppamenti dominanti: i populares e gli optimates, ambedue guidati da patrizi. La plebe non aveva alcun ruolo attivo in questi schieramenti e veniva usata come massa di manovra durante la convocazione dei Comizi".80


Lo schieramento "progressista" entrava in competizione con quello "conservatore" puntando sul folto proletariato urbano che tuttavia non aveva alcun ruolo propositivo e che veniva strumentalizzato dall'uno o dall'altro degli schieramenti, finendo per costituire una massa di pressione guidata da interessi esterni.81


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