Percorsi alternativi alla guerra e alla violenza dall’antichità a oggi




НазваниеPercorsi alternativi alla guerra e alla violenza dall’antichità a oggi
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Дата06.09.2012
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Iniziano le Olimpiadi: le guerre vanno interrotte


Le Olimpiadi nacquero in Grecia nel 776 a.C. e avevano un carattere sacro, strettamente collegato alla pace. La tregua olimpica antica si chiamava Ekecheiria, cioè "alzate le mani". Questo comportò l'elaborazione di una sorta di "diritto internazionale" finalizzato alla pace; infatti in Grecia furono sottoscritti trattati che disciplinavano i rapporti tra le polis al fine del pacifico svolgimento dei Giochi olimpici.52 Scrive Laura Cotta Ramosino:


"All'inizio la tregua, che serviva a proteggere i pellegrini e gli atleti che viaggiavano verso Olimpia, durava un mese, poi fu estesa; essa non implicava solo la cessazione delle ostilità militari tra le varie città, ma aveva effetti anche all'interno delle poleis, perché portava alla sospensione delle azioni legali e delle condanne a morte. In un mondo in cui la guerra era considerata una circostanza ben più normale della pace, il rispetto con cui era tenuta la Tregua Sacra testimonia la straordinaria importanza dei giochi per il mondo greco, data dall'elemento religioso da sempre presente nei Giochi stessi".53


E infatti le manifestazioni religiose, all'interno delle Olimpiadi, occupavano uno spazio almeno pari a quello riservato alle competizioni.

Nelle Olimpiadi erano tuttavia mantenuti alcuni criteri di esclusione sociale in quanto venivano riservate ai greci maschi e liberi.


Sparta: il militarismo al potere, terrorismo sugli schiavi


Sparta rappresenta una sorta di "esperimento storico" per la verifica delle ricadute culturali e dei benefici civili del militarismo. L'assenza a Sparta di espressioni artistiche e culturali elevate costituisce un punto su cui riflettere a fondo per comprendere l'aridità culturale del militarismo al potere. Il “sommo poeta” di Sparta è infatti Tirteo, poeta-soldato del VII secolo a. C. che esalta la guerra e la potenza dell’oplita spartano e che prospetta la bellezza del morire combattendo sul campo di battaglia, unico mezzo per conseguire la gloria e l’immortalità perenne nel ricordo dei posteri:


“… E l’azione gagliarda gli sia scuola di guerra,

né con lo scudo resti fuori tiro.

Entrando nella mischia, con la lancia o con la spada

ferisca e faccia del nemico preda…”.


Tirteo si rivolge ai giovani e declama:


Giacere morto è bello quando un prode lotta

per la sua patria e cade in prima fila…

Via, combattete gli uni accanto agli altri, giovani,

non datevi alla fuga, al panico,

fatevi grande e vigoroso l’animo nel petto,

bandite il meschino amore della vita…”.54


Sparta, al tempo stesso, costituisce un ottimo esempio di piramide sociale in cui un'esigua minoranza (gli spartiati) riesce a dominare sul resto della società con i classici metodi della gerarchizzazione militare: viene da pensare al "nonnismo" delle caserme in cui un 10% di "nonni" riesce ad imporre il loro volere al 90% di soldati strutturando la piramide dei privilegi verso l'alto e la scala degli obblighi crescenti verso il basso. Secondo alcuni calcoli ogni spartiato aveva ai suoi piedi 222 schiavi (gli iloti).55

Scrive Tucidide in “La Guerra del Peloponneso”:


Gli spartiati temevano sempre che gli iloti preparassero qualche rivolta, e poiché avevano paura del loro coraggio e del loro gran numero, ricorsero a questo espediente: proclamarono che tutti gli iloti che ritenevano di essere particolarmente forti e coraggiosi si facessero avanti, perché avrebbero avuto la libertà. Si fecero avanti circa duemila iloti, e gli spartiati, dopo averli coronati di fiori, li condussero in processione presso i templi della città come per ringraziare gli dei per la libertà ottenuta. Ma dopo questa cerimonia, i duemila iloti scomparvero e nessuno seppe mai quale fosse stata la loro fine”.


Il timore di una rivolta generale degli iloti dominava la mente degli spartiati e li spingeva a ideare e attuare tecniche che oggi potremmo definire terroristiche. Scrive a questo proposito Umberto Diotti circa il trattamento riservato agli iloti:


Ogni anno gli spartiati dichiaravano guerra agli iloti: si trattava di un rito, che voleva riaffermare senza equivoci la loro posizione di dominatori assoluti (…) Un’usanza particolarmente feroce fra i giovani spartiati era la krupteia (dal verbo krupto, “sto nascosto”). Si trattava di una vera e propria iniziazione alla vita guerriera: i giovani dovevano nascondersi in campagna per un certo periodo di tempo e di notte assalire e uccidere a caso quanti più iloti potevano. Ciò serviva anche per mantenere gli iloti nel terrore e spegnere in loro ogni desiderio di rivolta (…) Un’educazione come quella spartana, poi, produsse eccellenti guerrieri ma nessun grande uomo politico e nessun artista”.56


Lo schiavismo blocca la tecnologia e la scienza sperimentale


Secondo i calcoli di un ingegnere tedesco, i centomila lavoratori necessari per la costruzione delle più grandi piramidi egiziane oggi potrebbero essere sostituiti da 14 gru e 500 operai e tecnici.

Oggi gli storici sono pervenuti ad una più precisa conoscenza del fenomeno della schiavitù nella civiltà egiziana: molto probabilmente le piramidi non vennero edificate da un esercito di schiavi ma da lavoratori salariati.57 Tuttavia ciò non toglie il fatto che lo schiavismo rese "superflue" le tecnologie, come dimostra la scienza alessandrina, raffinatissima quanto sguarnita sotto il profilo della fisica e dell'ingegneria. Costruire le "macchine" per sostituire il lavoro muscolare era assurdo per gli antichi. Questo dimostra come un sistema, basato sulla violenza, blocchi la ricerca scientifica e tecnologica di strade nuove.

Esiste cioè un filo che collega la violenza alla scienza.

La schiavitù e il rifiuto del lavoro manuale da parte degli intellettuali ha avuto un impatto sul pensiero scientifico greco, ad esempio. La scienza rimase pura, "disinteressata". Staccata da ogni applicazione pratica, essa non si congiunse mai con la tecnologia. E la disciplina di connessione fra la matematica e il mondo materiale, ossia la fisica, non si è mai sviluppata in Grecia se non come pura contemplazione e osservazione priva di riscontro sperimentale.


I filosofi giustificano la schiavitù, ma qualcuno si dissocia


In Grecia gli stessi filosofi non considerarono la schiavitù come moralmente deplorevole, giustificandola con una presunta superiorità razziale dei greci. Volendo approfondire ora il punto di vista dei filosofi presentiamo innanzitutto il caso di Aristotele58 il quale, pur suggerendo di concedere la libertà agli schiavi fedeli per ricompensarli dei servigi resi, li definisce con le seguenti parole:


Ci sono nella specie umana individui inferiori agli altri, come l’animale è inferiore all’uomo (…) Essi sono schiavi per natura. La guerra è in un certo modo il mezzo legittimo di acquistare gli schiavi (…) Se ciascun strumento potesse, sotto un ordine dato, lavorare da solo, se la navetta tessesse da sola e l’archetto suonasse da solo la cetra, i padroni potrebbero fare a meno degli schiavi”.59


Aristotele è di una logicità impressionante:


"L'essere che può prevedere con l'intelligenza è capo per natura, è padrone per natura, mentre quello che può faticare col corpo, è soggetto e quindi per natura schiavo"60.

L’idea che lo schiavo fosse paragonabile ad una bestia convinceva anche Platone:


Il metodo di educazione, che sembra convenire alle bestie in particolare, è un mezzo buonissimo per insegnare l’obbedienza agli schiavi”.


Ma c’è qualche filosofo che si schierò almeno un po’ dalla parte degli schiavi? Fra i sofisti Antifonte sostiene che tutti gli uomini hanno un'uguaglianza naturale nel senso che tutti hanno gli stessi bisogni. C'è chi (Licofrone e Alcidamante) va perfino oltre sostenendo un'uguaglianza sociale.

In una società in cui era pacifico che dovessero esistere degli "schiavi”, questi sofisti arrivano a sostenere che, proprio perché tutti sono uguali per natura, va soppressa la distinzione tra liberi e schiavi, una distinzione che è semplicemente il prodotto di una convenzione, di un arbitrio.61


Atene: la democrazia come metodo di risoluzione nonviolenta dei conflitti


Per quanto la democrazia ad Atene si reggesse sulla schiavitù ed escludesse le donne, essa costituì tuttavia un'eccezionale novità storica. Dopo secoli di storia in cui i conflitti venivano risolti "normalmente" mediante la forza, per la prima volta prese infatti corpo, sul piano dei rapporti interni ad uno stato, una "tecnica" di risoluzione nonviolenta dei conflitti: la democrazia, appunto.

I debiti dei poveri - che costituivano ai tempi di Solone la radice esplosiva dei conflitti sociali - davano origine alla schiavitù per indebitamento. L'enorme malcontento, le ribellioni e le repressioni conseguenti avrebbero costituito una spirale di violenze e ribellioni. La democrazia, appena abbozzata con Solone e poi via via più organica con Clistene, fu un sistema che fissava delle regole accettate da tutti per la risoluzione nonviolenta dei conflitti. I rapporti di forza costituiti dai bastoni e dalle spade furono sostituiti da rapporti di forza numerici sostenuti da cervelli e non da muscoli. Alla prospettiva del sangue e della guerra si sostituì la prospettiva della dialettica politica.

Ovviamente Solone, per far nascere il primo vagito di una democrazia ancora incompleta, dovette annullare i debiti dei poveri che portavano alla schiavitù per debiti. A questo proposito Solone afferma: “E quelli che soffrivano la disonorante schiavitù e temevano i capricci dei loro padroni li ho fatti liberi”62.


Atene: democrazia e schiavitù


La democratica Atene, nonostante tutte le virtù civili e democratiche, poggiava sulla schiavitù. Spiega Francesco Ranci:


"La popolazione di Atene, nel periodo "democratico" che termina con la resa ai macedoni nel 380 a.C., era composta da meno di 500.000 persone: e, di queste, 400.000 erano schiave. I cittadini, maschi, che avevano diritto di voto in assemblea erano 20.000. Certo, il voto di un proprietario di mille schiavi valeva come quello di qualsiasi altro cittadino, mentre i regimi oligarchici del 411 e poi del 404 sono ricordati, non a caso, con i nomi-numeri di "Quattrocento" e "Trenta" oltre che, naturalmente, con l'appellativo di "Tiranni". Ma quando si parla del demos ateniese, non si dovrebbe mai dimenticare che si parla di una èlite guerriera e schiavista che riflette e distingue fra regimi democratici e oligarchici, ma presuppone sempre una "cittadinanza" ristretta, tramandata di padre in figlio e allargata solo in tempi di pericolo, ad alleati e schiavi in grado di combattere".63



Lo stesso tempo libero per la democrazia era "liberato" dagli schiavi. Il processo di inclusione democratica poggiava su un meccanismo di esclusione netto non solo dai diritti di cittadinanza ma dallo stesso godimento della libertà. La democrazia di Atene, come molti processi storici, non ha separato nettamente il bene dal male. E non ha portato neppure Atene alla definizione di una politica estera di pace. Vediamo la questione più da vicino.


Atene e i pacifici Meli


Atene elaborò una civiltà non militarista. Potrebbe sembrare l’esatto opposto di Sparta, ossia una città di pace e per la pace. Ma non fu proprio così. Atene visse un'ambivalenza fra le caratteristiche positive e liberatorie della democrazia (anche se con esclusione di schiavi e donne) sul piano interno e le conseguenze oppressive dell'imperialismo. Atene diventò infatti una potenza imperialistica. Schiavitù, flotta ed esercito erano i mezzi "coercitivi" per realizzare un fine identificabile con l'imperialismo. Tucidide riporta nella sua opera Guerra del Peloponneso la discussione fra Atene e i Meli, popolo pacifico e indipendente sulla cui isola nel V secolo a.C. Atene aveva concentrato i suoi progetti di espansione. I Meli sostennero una ragionevolissima argomentazione:


"Noi vi proponiamo di esservi amici, e nemici di nessuna delle due parti in lotta, e vi invitiamo a ritirarvi dalla nostra terra dopo aver concluso un trattato che sembri essere utile sia a noi sia a voi”.


La risposta degli Ateniesi fu: dovete sottomettervi senza fare tante storie.

I Meli chiesero agli Ateniesi:


"E come potremmo avere lo stesso interesse, noi a divenire schiavi e voi ad essere padroni?"


Gli Ateniesi risposero:


"Poiché voi avrete interesse a fare atto di sottomissione prima di subire i più gravi malanni e noi avremo il nostro guadagno a non distruggervi completamente." 64


Di fronte ai pacifici Meli - che tuttavia cercarono una vita d'uscita meno disonorevole della sottomissione totale - Atene parlò quindi solo della legge del più forte. La fine dei Meli fu tragica perché nel 416 a.C., come scrive Tucidide, "gli ateniesi uccisero tutti i maschi adulti caduti nelle loro mani e resero schiavi i fanciulli e le donne". Il racconto di Tucidide è la più lucida ed esplicita espressione dell’imperialismo di Atene65. E pone più di un interrogativo sulla questione dell'uso della nonviolenza (come pure della violenza) quando si è più deboli. A questo proposito gli storici Giorgio De Vecchi e Giorgio Giovannetti dedicano una riflessione particolare:


"L'obiezione che in nome del realismo politico molti oppongono non solo alla ricerca della pace, ma anche alla subordinazione della logica della forza alle norme del diritto, è espressa magistralmente, e in modo paradigmatico per la nostra cultura, nel dialogo degli Ateniesi e dei Meli nella Guerra del Peloponneso di Tucidide (…) Ecco dunque l’argomentazione definitiva degli ateniesi: non esiste nessuna legge divina che stabilisca che sono dalla parte del giusto coloro che vengono aggrediti senza aver commesso alcun torto; al contrario gli stessi dei e la natura prevedono che è giusto che chi ha una potenza maggiore domini chi è più debole. In altri termini: gli ateniesi ritengono che la legge del più forte sia l’unica legge valida nel rapporto tra gli stati. Appare allora chiara la risposta fornita da Tucidide alla domanda che ci eravamo posti all’inizio: gli imperi per lo più sono giustificati dal diritto del più forte, che consente a chi ha più potenza di dominare gli altri; questa è in fondo la motivazione principale alla base di ogni conquista di un popolo da parte di un altro popolo. Il fatto che Tucidide denunci questo principio non significa che lo condivida, né tanto meno che lo si debba condividere noi oggi".66


Va anche notato che Atene iniziò il suo declino proprio quando con le guerre di conquista la sua bella facciata democratica cominciò a fare le grinze e apparve evidente il suo rapporto di sfruttamento imperialistico nei confronti della "periferia". Ad essere sconfitti non furono quindi solo i Meli ma anche Atene in quanto la sua immagine ne uscì distrutta, e questo lo possiamo capire ancora meglio studiando Aristofane.


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