Percorsi alternativi alla guerra e alla violenza dall’antichità a oggi




НазваниеPercorsi alternativi alla guerra e alla violenza dall’antichità a oggi
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Дата06.09.2012
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Antico Egitto

Akhenaton, faraone “pacifista”


Tremilacinquecento anni fa il faraone Amenofi IV mutò il suo nome in Akhenaton avviando un’esperienza particolare. Scrive Rina Gagliardi: “Fu, il suo, un regno rivoluzionario, nel quale nacque la prima religione monoteista della toria, quella di Amarna, furono bandite le guerre e le campagne militari, si sviluppò un’arte quasi realista e, soprattutto, furono esaltati i valori dell’amicizia, dell’armonia tra l’uomo e la natura, dell’amore per il prossimo. Pare certo che Akhenaton abbia addirittura abolito la pena di morte. Possiamo dunque considerare Akhenaton il primo pacifista, oltre che il primo grande poeta, nella storia? Certamente sì, anche se nulla ci garantisce che questa figura di regnante si sarebbe riconosciuto in una definizione così moderna”42.

Akhenaton non ebbe vita facile e il suo esperimento elitario fu boicottato dai sacerdoti dei dio Amon, privati di poteri e privilegi. Il faraone che lo seguì fu il celebre Tutamkamon: restaurò la religione tradizionale e rimise “tutto a posto”.


Egizi e Hittiti ed Egizi il primo trattato di pace della storia


Nel 1285 a.C., in seguito alla battaglia di Kadesh, Hittiti e Egizi stipularono il primo trattato di pace della storia. In questo trattato i sovrani hittita ed egizio, rispettivamente Khetatsar e Ramses, non solo si impegnavano a non invadere reciprocamente i rispettivi regni ma, in aggiunta a ciò, anche ad aiutarsi in guerra nel momento in cui uno dei due fosse stato attaccato. Nel trattato si legge: “Il grande capo degli Hittiti non invaderà mai più il territorio dell’Egitto non per far preda e, da parte sua, il grande signore e dominatore dell’Egitto non invaderà mai più, a scopo di preda, il territorio degli Hittiti. Se un altro nemico attaccherà il territorio di Ramses e questi manderà a dire al grande capo degli Hittiti: “Vieni in mio aiuto contro di lui”, il grande capo degli Hittiti accorrerà a sconfiggere il nemico. Ed egualmente, se un altro nemico verrà contro il grande capo degli Hittiti e questi chiederà a Ramses aiuto e rinforzi, questi verrà per sconfiggere il nemico oppure manderà la sua fanteria e i suoi carri da guerra”.43

Il primo esempio storico di accordo per il controllo degli armamenti risalirebbe invece alla Grecia del VII secolo avanti Cristo. Le città di Calcide ed Eretria stipularono una convenzione per vietare nella guerra in corso tra le due città l’impiego di armi da getto.44


Le religioni e le filosofie orientali


Grande influenza sul pensiero pacifista e nonviolento hanno avuto alcune religioni e filosofie orientali, le cui radici storiche sono molto antiche. Esaminiamone alcune.


Buddismo


Il suo fondatore, Buddha, nacque con il nome di Siddartha Gautama a Kapilavastu, attuale Nepal, nel 563 a.C. circa. Buddha, che significa "l'Illuminato, il Risvegliato",

proclamò l'astensione da ogni atto di violenza.

Nel Buddismo è da privilegiare l’uso della nonviolenza: un‘autorità deve essere capace di recare pace al suo popolo per via della sua statura morale e non per imposizione della forza. Scrive Rina Gagliardi a proposito di Buddha:


Scelse una pratica di ‘pacifismo assoluto’, fondato sulla compassione per ogni creatura vivente, sul rifiuto della violenza, sulla sobrietà dei costumi (…) Un suo seguace, l’imperatore dell’India Ashoka, vissuto tra il 268 e il 223 a.C., dette vita per quasi mezzo secolo a un regno fondato sul precetto intransigente della non violenza: i suoi editti che vietavano l’uccisione degli animali sono a tutt’oggi conservati e visitati ogni anno da milioni di pellegrini”.45


Al buddismo si richiameranno diverse persone che sceglieranno la nonviolenza durante la storia.


Confucianesimo


Anche per il Confucianesimo la forza e la violenza debbono essere subordinate al principio della giustizia. La pace nasce dall’impegno civile di ogni persona nello sforzo di conseguire la giustizia. Va annotato che il Confucianesimo è più assimilabile ad una filosofia che ad una religione


Taoismo


Nel Taoismo vige la logica della sottomissione e dell’umiltà. Ogni sovrano deve essere umile e per questo la forza sarà la sua ultima ratio. Non deve autoaffermarsi, non deve avere volontà di dominio.


Induismo


L’induismo è la religione tradizionale dell'India, praticata da oltre 700 milioni di fedeli.

Vi troviamo la definizione della "nonviolenza", ahimsa, concepita come assenza del desiderio della violenza da parte del fedele, che tuttavia è disposto a utilizzarla qualora il proprio ruolo nella società e le condizioni contingenti lo richiedano. L'influenza del cristianesimo favorì nell'induismo movimenti di riforma caratterizzati da impegno sociale, sulla cui linea si pose Gandhi e la sua cultura della nonviolenza.


Giainismo


Il giainismo è una delle religioni storiche dell'India, accanto all'induismo e al buddhismo. Conta circa quattro milioni di fedeli. Anche qui troviamo il concetto di ahimsa, "nonviolenza", che costituisce il motivo ispiratore della morale giainista. In questa religione vi è un forte rispetto per ogni essere vivente; si giunge ad allontanare dal proprio cammino anche il più piccolo insetto che si rischierebbe di uccidere involontariamente; vi è poi la pratica del vegetarianismo e del digiuno.


Il jiu-jitsu, metafora della lotta nonviolenta


In Oriente sono nate tecniche nettamente nonviolente - fortemente sorrette da esercizi di meditazione e di autocontrollo - in cui la legittima difesa è perseguita con il minimo danno dell'avversario. Ad esempio il jiu-jitsu è una tecnica di lotta che provoca lo sbilanciamento dell'avversario: più egli si lancia con forza e più lo si può sbilanciare. Tutto ciò rimanda al concetto di asimmetria della lotta, ampiamente utilizzato nella nonviolenza. Infatti il nonviolento sa, in termini strategici, che deve opporsi scegliendo "armi" totalmente diverse da quelle del suo avversario. La scelta di "armi" nonviolente è destinata a creare un conflitto asimmetrico, il crea gravi problemi all'avversario: gli effetti della repressione ricadono su di lui, danneggiando la sua stessa immagine e posizione di potere. Sharp chiama "jiu-jitsu politico" questa strategia di sbilanciamento dell'avversario.46


Grecia


La letteratura greca e la pace


Nel periodo dell’antica Grecia pur essendoci qualcuno che difendeva la pace non veniva certo trattato bene. E’ il caso del poeta Esiodo che, spiega Salvatore Parlagreco, “pagò per le sue esortazioni alla pace e alla giustizia” o di Cassandra la quale suggerisce al padre Priamo (re di Troia) la pace con gli Achei e viene giudicata una traditrice. 47

Omero cantò la guerra in termini problematici:


O vecchio, a te piaccion sempre discorsi interminabili, come una volta, in pace: ma è sorta guerra orrenda. Già molte volte io fui nelle battaglie degli uomini, e mai vidi esercizio simile, così grande!


Nell’Iliade è rimasto famoso il dialogo fra il troiano Ettore e la moglie Andromaca. Quest’ultima rappresenta il desiderio di pace e chiede al marito di porre fine alla guerra per non morire. Ecco alcuni passaggi:


gli prese la mano dicendo: “Ti perderai

per il tuo coraggio, infelice. Del figlio

non hai pietà, né di me disperata

che presto sarò vedova. Gli Achei ti uccideranno:

sarai assalito da tutti. Meglio, non avendo più te,

scendere sotto terra. Non proverò più gioia,

solo dolore. Non ho più padre né madre,

Achille uccise mio padre e distrusse Tebe…

(…)

Tu, Ettore, sei per me, padre, madre, fratello,

giovane sposo. Abbi pietà di me: resta qui

sulla torre: non fare di tuo figlio un orfano

e di me una vedova. Ferma l’esercito…

(…)

Allora il grande Ettore le rispose

Certo, donna, tutto quello che dici è caro anche a me,

ma avrei molta vergogna dei Troiani e delle Troiane

dai lunghi pepli48 se restassi come un vile lontano

dalla guerra. Né l’anima mia lo vuole:

ho imparato ad essere sempre coraggioso

e a battermi nelle prime file dei troiani


Ettore aggiunge che la sua sofferenza è rivolta proprio a lei, Andromaca, moglie che diventerebbe schiava se Troia si arrendesse. Capovolge completamente il punto di vista della moglie e presenta le conseguenze infauste di quell’istinto di pace femminile. Ettore dice:


Tanta angoscia

avrò invece per te quando qualcuno degli Achei

ti porterà via piangente, come schiava.

(…)

Rimpiangerai l’uomo che poteva allontanare

la tua schiavitù. Ma che la terra mi ricopra

prima di sentire le tue grida mentre mi portano via”.


Si struttura già nell’Iliade una “morale del guerriero” associata alla “morale della libertà” che durerà nella storia come forma mentis e struttura antropologica della cultura epica non solo antica ma anche di quella moderna. Si legga ad esempio questo testo:


Non piangere, amore mio,

asciugati gli occhi con questo fazzoletto rosa.

Prendi questo libro

E scrivi le parole che ti dirò prima di lasciarci.

Sai bene perché devo partire.

Devo adempiere al mio principale dovere

Anche se siamo nella primavera della nostra vita.

Penserò al giorno del mio ritorno,

al giorno della sconfitta nemica.

Io e te vivremo insieme per sempre.

Basta, non dire più nulla, è troppo dolore per te.

Queste, amore mio, sono le mie ultime parole di spiegazione.

Aspettami per sempre.

Aspettami fino al giorno della vittoria”.


Sono le parole di Thu’ong Qua’ng, caduto nordvietnamita, alla propria donna. Esse hanno sostenuto le ragioni della guerra di liberazione. Le avrebbe potute scrivere un soldato troiano.

Tornando ai greci, nella tragedia “Le Troiane” (415 a.C.) del poeta greco Euripide troviamo nuovamente Andromaca che assiste alla fine della guerra di Troia in cui i Greci vincitori sorteggiano le donne, divenute ormai preda di guerra. I greci decidono di uccidere il figlio di Ettore e, per bocca di Taltibio, dicono ad Andromaca:


Sei impotente, come vedi. Abbandona ogni illusione di rivolta. Nulla ti può aiutare, nulla difendere: da nessuna parte. Devi riflettere. La città, il tuo sposo sono periti; tu sei prigioniera. E noi non staremo a temere una femmina. Perciò ti consiglio di non ribellarti, di non resistere. Indecoroso poi e biasimevole il tuo vano imprecare contro di noi maledicendo: ti cadrebbe addosso l’odio degli Achei né questo fanciullo avrebbe sepoltura. Se invece ti piegherai silenziosa al tuo destino, potrai comporre tuo figlio morto nella tomba, piangerlo con la pietà del rito: e gli Achei ti guarderanno con animo benevolo”.


Andromaca risponde rivolgendosi al figliolo Astianatte che verrà gettato dalla torre di Troia:


Questo mio seno ti ha nutrito in fasce per nulla? Tante pene e fatiche ho sostenuto per nulla? Caro, salutami ora: saluta tua madre ora, ché un’altra volta non potrai. Abbracciami, stringiti al mio collo, premi la tua bocca alla mia. O Elleni, inventori di supplizi atroci; questo fanciullo innocente perché lo uccidete?”


Sono emozioni che la letteratura greca ha suscitato con vibrante commozione, sia sostenendo l'etica della guerra giusta, sia evidenziando la sua tragicità e anteponendo l'amore e gli affetti alle ragioni delle armi.

Scrive Claudio Cardelli a proposito di Euripide: "La guerra è vista dalla parte dei vinti in tutta la sua crudeltà e inutilità". Infatti le donne troiane, Ecuba, Andromaca e Cassandra sono assegnate come preda di guerra ai Greci vittoriosi. Cardelli evidenzia come anche Aristofane esprima la sua aspirazione alla pace in due commedie: La pace (421 a.C.) e Lisistrata (411 a.C.).


"Memorabile - scrive Cardelli - soprattutto quest'ultima che racconta la congiura delle donne ateniesi e spartane per indurre gli uomini alla pace: esse mettono in atto una forma originale di lotta nonviolenta, il rifiuto delle prestazioni coniugali ai mariti, che sono costretti in tal modo, per riavere le mogli, a concludere rapidamente la pace".49


Lisistrata è un testo dichiaratamente pacifista ante litteram; su questa commedia, come pure su La Pace, ritorneremo esaminando Aristofane più da vicino.

Un'eccellente trattazione del rapporto fra tragedia greca e cultura della pace è stata realizzata nel libro di Rush Rehm Radical Theatre: Greek Tragedy and the Modern World, London, 2003 (Classical Inter/Faces). Scrive Rehm:


"Quando si va ad analizzare le singole tragedie emerge qualcosa di particolarmente significativo. Se da una parte troviamo discorsi, personaggi e situazioni che avallano misoginia, schiavitù, violenza politica, implacabilità imperiale e propaganda ateniese, ancor più spesso scopriamo che questi argomenti sono presentati dal punto di vista delle loro stesse vittime. Incontriamo infatti mogli (Medea, Clitennestra, Deianira, Fedra, Euridice) e figlie (Elettra, Ifigenia, Antigone) che sono state vittime di abusi; donne prigioniere o schiavizzate (le Danaidi, Tecmessa, Iole e le donne di Ecalia, le donne di Tebe possedute da Dioniso); vittime del potere e di espedienti politici (Prometeo, Filottete, Neottolemo, Oreste esiliato, Megara, Anfitrione, i figli di Eracle); e infine le vittime di guerra (Ecuba, Andromaca, Cassandra, Polissena, le donne troiane). La presenza preponderante di queste figure rappresenta una critica interna ai presupposti e alle pratiche dell’ideologia ateniese e fa della rappresentazione tragica un atto pubblico destabilizzante (…) La tragedia greca, almeno nel V secolo, presentava voci alternative di innegabile potenza (…) La tragedia greca era apertamente interessata ad esplorare il lato nascosto della propaganda statale militarista, che veniva altrimenti rappresentata (allora come oggi) come intrinsecamente nobile ed eroica. Nell’Aiace di Sofocle ascoltiamo un rifiuto netto della guerra e di coloro che ne sono responsabili".50


Nell'Aiace di Sofocle i marinai del Coro maledicono l’inventore della guerra ed esprimono il desiderio di abbandonare il campo di battaglia per tornare alle proprie case (versi 1212 e seguenti).

Possiamo quindi esplorare la tragedia greca dal punto di vista della cultura della pace in quanto è un'espressione letteraria che consente una drammatica riflessione sul militarismo.

Una simile tesi è fatta propria anche da Krippendorff, secondo il quale, scrive Tiziano Terzani,


"il teatro, da Eschilo a Shakespeare, ha avuto una funzione determinante nella formazione dell'uomo occidentale perché col suo mettere sulla scena tutti i protagonisti del conflitto, ognuno col suo punto di vista, i suoi ripensamenti e le sue possibili scelte d'azione, è servito a far riflettere sul senso delle passioni e dell'inutilità della violenza che non raggiunge mai il suo fine.

Purtroppo, oggi, sul palcoscenico del mondo noi occidentali siamo i soli protagonisti e i soli spettatori, e così, attraverso le nostre televisioni e i nostri giornali, non ascoltiamo che le nostre ragioni, non proviamo che il nostro dolore. Il mondo degli altri non viene rappresentato".51


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