Percorsi alternativi alla guerra e alla violenza dall’antichità a oggi




НазваниеPercorsi alternativi alla guerra e alla violenza dall’antichità a oggi
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Miseria e grandezza dell’umanità


Il nuovo umanesimo è l'impegno della cultura per demistificare e "smontare" quel colossale apparato culturale e scientifico che rende l'uomo superiore alla bestia in termini di efficacia e giustificazione della violenza e che lo degrada a livelli sicuramente inferiori alla bestia in termini di risoluzione delle controversie all'interno della specie.

"Più conosco gli uomini, più amo le bestie", diceva Totò.

Frasi del genere sono state giudicate qualunquistiche. Qualunquistico è rassegnarsi a tale constatazione. Ma ignorare la follia della storia umana fa parte delle regole della follia.

Al tempo stesso è utile riflettere su quanto scrive Blaise Pascal nei Pensieri:


E’ pericoloso far vedere all’uomo quanto sia uguale alle bestie, senza mostrargli la sua grandezza. Ed è altrettanto pericoloso esaltargli la sua grandezza senza mettergli sotto gli occhi la sua miseria. C’è ancor più pericolo nel fargli ignorare sia una cosa che l’altra ma è molto vantaggioso mostrargliele entrambe. Bisogna che l’uomo sappia che è uguale agli angeli come alle bestie”.


Dal Paleolitico al Neolitico: fine delle società pacifiche governate dalle donne


Nel passaggio dal Paleolitico al Neolitico l'uomo fu protagonista di enormi progressi tecnici mediante la creazione di un sistema economico basato sull'agricoltura e sull'allevamento. Tuttavia va considerato un aspetto che richederebbe approfondimenti specifici. Infatti con il Neolitico terminò un'epoca - il Paleolitico - in cui erano esistite qua e là alcune comunità pacifiche e ordinate rette da donne o sacerdotesse. Scrive Umberto Diotti:


"Questa pacifica società femminile scomparve lentamente, intorno al V millennio, quando dalla Russia meridionale e dal Mar Nero si affacciarono popolazioni indoeuropee, che praticavano l'allevamento e la caccia" 35.


Queste popolazioni finirono per predominare, mettendo fine, intorno al 1500 a.C., alla cultura matrilineare della Grande Dea e imponendo una cultura basata sul culto della forza e sulla trasmissione del potere maschile. La cultura androcentrica divenne così la cultura della classe dominante.


Dalla preistoria alla storia: aumentano le diseguaglianze e la violenza


Il passaggio dalla preistoria alla storia segnò un aumento o una diminuzione della saggezza umana? La civiltà fece diminuire o aumentare la violenza?

E' fin troppo facile rispondere che la "civiltà" - uso dei metalli e della scrittura - segnò un aumento dell'efficienza nell'uso della violenza e non un aumento della saggezza (ossia un'autolimitazione). La violenza economica (sfruttamento, stratificazione sociale piramidale, cristallizzazione dei privilegi e loro riproduzione storica assicurata da un apparato repressivo militare) richiese una parallela violenza che si tradusse tecnicamente in corpi militari, gerarchie, codici morali basati sull'obbedienza.

Ecco perché è improponibile una "società nonviolenta" in cui esistano privilegi, forme di oppressione e di sfruttamento.


Storia antica


Cornice storica


Tradizionalmente gli storici hanno suddiviso la storia in varie epoche e hanno assegnato dei nomi per identificarle. Il periodo che va dall’età del bronzo (circa 3000 a.C.) alla caduta dell’impero romano d’Occidente (metà del V secolo d.C.) è stato denominato Età antica. La storiografia tradizionale divide la preistoria dalla storia sulla base di un evento: la comparsa della scrittura. E' una convenzione non accettata da tutti gli storici ma che segna comunque una svolta. A ben vedere l'uscita dell'uomo dalla preistoria richiederebbe una dimostrazione della civiltà che vada oltre l'acquisizione della scrittura per giungere al una conquista ancora più grande, il ripudio della guerra e della oppressione dell'uomo sull'uomo. Le civiltà sorte intorno al 3.000 a.C. viceversa non segnano una diminuzione della violenza ma una sua istituzionalizzazione con la creazione di eserciti finalizzati al mantenimento delle diseguaglianze sociali e, in varie occasioni, alla conquista.

Sui grandi fiumi nacquero le prime civiltà dei Sumeri e degli Egizi. Il più antico testo che documenta l'esistenza di rapporti giuridici tra stati è un trattato firmato da due città sumere nel 3100 a.C. e ciò è particolarmente interessante in quanto segna l'inizio del cosiddetto "diritto internazionale".36 Ai Sumeri si sovrapposero i Babilonesi e poi gli Assiri, che utilizzarono sistemi repressivi e spietati.

Gli Ittiti, intorno al 1800 a.C. si affermarono come regno unitario e nel 1285 a.C. si scontrarono con gli Egizi per il controllo dell'Asia Minore. Da quel conflitto nacque il primo trattato di pace di cui è possibile avere conoscenza sulla base dell'attuale ricerca storica.

La storia di Fenici – la cui origine la si fa risalire al 2000 a.C. - contiene novità importanti. I Fenici infatti stabilirono una rete di rapporti basati sul commercio che verrà poi smantellata da Roma che, non tollerando la concorrenza e l’efficienza di Cartagine negli interscambi marittimi, cercarono di distruggerla con le guerre puniche. I Fenici non furono pacifici. Praticarono la pirateria. Il navigatore Annone che raccontò il suo viaggio oltre le colonne d’Ercole ci ha lasciato narrazioni raccapriccianti del suo viaggio fino al Gabon (“uccidemmo le donne e portammo via la pelle”)37. In molte città vi erano luoghi chiusi (i“tofet”) in cui avvenivano sacrifici umani, ad esempio in caso di guerra o di assedio venivano offerti alcuni neonati alle divinità. Tuttavia questa civiltà era basata sulla diffusione dei contatti commerciali e questo modello verrà visto in seguito (ad esempio dall’Illuminismo) come occasione di scambi culturali e di arricchimento reciproco. Mentre alcuni sistemi socio-economici (come quello dei Romani nella fase di conquista) non avrebbero potuto fare a meno della guerra come “motore” della propria civiltà, i Fenici (e i cartaginesi in seguito) invece avevano un baricentro economico diverso, basato sull’efficienza dei commerci. Essi, nonostante la superiorità economica, dovettero soccombere del confronto con poteri più rozzi ma più forti. Questo dimostra la non coincidenza fra prevalenza dei migliori e prevalenza dei più forti, nella malintesa visione meritocratica hegeliana della storia che assegnava ai guerrieri vincitori una superiorità anche in campo culturale, economico e civile (“ciò che è reale è razionale”).

Analogamente ai Fenici vi è un’altra civiltà - quella dei Cretesi - che si sviluppò sul mare. La sua origine è collocabile attorno al 2000 a.C.. Verso il 1450 a.C. Creta venne invasa dagli Achei provenienti dalla Grecia.

Gli Achei, detti anche Micenei in quanto il loro primo insediamento fu a Micene nel Peloponneso, avevano una classe dirigente formata da un re attorniato da nobili e guerrieri che dominano su agricoltori, artigiani e pastori; il re era un primo tra pari, dotato di più terre e più bestiame, il cui codice d'onore (valore militare, saggezza, ecc.) emerge nei poemi omerici. La Troia conquistata dagli Achei - di cui si narra nell'Iliade - risultò esistere ed è collocabile attorno alla fine del XIII secolo a.C. mentre l'esistenza di Omero, a cui si fa risalire Iliade e Odissea, è leggendaria e contraddittoria; collocato da alcuni fra l'VIII e il VII secolo a.C., Omero non sarebbe tuttavia mai esistito per Giovanbattista Vico ed altri studiosi della "questione omerica".

Ciò che è invece certo è che l'espansione dei Micenei nel Mediterraneo orientale creò un contrasto con la città Troia che dominava l'accesso al mar Nero. I motivi economici e di dominio geopolitico furono ben più importanti della presunta offesa del troiano Paride all'onore del greco Menelao. Gli Achei-Micenei erano guerrieri e conquistatori e le loro gesta - conosciute attraverso i poemi epici dell'Iliade e dell'Odissea - consentono di riflettere su ciò che i primi greci pensassero della guerra e della pace. La guerra è inserita nel sistema di valori che stanno alla base del mondo aristocratico e che risultano comuni a Greci e Troiani. Entrambi vedevano nel successo in guerra la virtù dei forti, ma non mancano pagine di sofferenza e dolore in quanto l'epica omerica ha carattere descrittivo e dà la parola a tutti, vincenti e perdenti.

Gli Achei, per quanto forti guerrieri, vennero però alla fine sconfitti e sottomessi dai Dori. Verso il 1100 infatti i Dori si imposero in Grecia, nel Peloponneso. La loro non è una superiorità culturale ma esclusivamente militare in quanto conoscono, fabbricano e sanno bene usare armi di un metallo nuovo: il ferro. I Dori esercitarono un dominio basato sulla forza: non conoscevano neppure la scrittura. Eppure si imposero e governarono per un lungo periodo che viene chiamato "medioevo ellenico". La supremazia dei Dori smentisce nuovamente le teorie filosofiche - non è un caso sottolinearlo ancora - che fanno coincidere i vincenti con il più elevato sistema di valori e cultura che meriterebbe (proprio in quanto vincente) di governare per qualità e virtù, quasi che la maggior forza sia sinonimo di migliore civiltà. Dai Dori derivarono gli spartiati di Sparta che ridussero in schiavitù i Micenei i quali diventarono gli iloti. Gli ordinamenti spartani cominciarono a formarsi dal X secolo in poi. I Micenei che riuscirono a sfuggire alla dominazione dorica emigrarono e fondarono delle colonie. Mentre Sparta continuava la tradizione dei Dori, in Grecia si formava man mano a nord del Peloponneso (nell'Attica) una nuova civiltà che tentò una strada inedita: quella della democrazia. Non fu un'esperienza facile in quanto, come a Sparta, vi era una classe di aristocratici che erano i dominatori e che si erano accaparrati tutti i terreni, riducendo la massa della popolazione in schiavitù. Il dominio economico si esercitava attraverso l'usura e all'inizio del VII secolo la situazione era diventata bollente a causa dei debiti insostenibili che gravavano su gran parte della popolazione. In questo contesto operò Solone che nel 594 a.C. tentò di porre fine ai violenti conflitti sociali cancellando tutte le ipoteche sulle persone e dichiarando nulli i debiti. Solone proibì che un cittadino potesse diventare schiavo per debiti. Accadeva infatti che i debitori insolventi venissero venduti come schiavi fuori dell'Attica. Solone divise i cittadini in classi sociali e avviò un esperimento di democrazia in cui tutti potevano votare. Questa forma di democrazia aveva però un limite: i più poveri (i teti) per legge non potevano essere eletti. Elettori ma non eleggibili, questi cittadini dovettero lottare per far valere i propri diritti e, dopo un periodo di tirannia (quella di Pisistrato), riuscirono nel 509 a.C. con Clistene a ottenere il diritto di accesso alle cariche elettive.

In seguito con Pericle tutte le cariche della città divennero concretamente accessibili a tutti i cittadini. Infatti a chi ricopriva cariche pubbliche fu assegnato uno stipendio, così da permettere ai più poveri l'attività politica.

Gli ateniesi consideravano il modello politico e sociale della civiltà persiana, basato sulla gerarchia e sull'obbedienza, incompatibile con la propria mentalità libera. Le guerre persiane del V secolo unirono Atene e Sparta in un'alleanza. Le due città greche respinsero e sconfissero la minaccia persiana. Ad Atene si rivelò indispensabile l'apporto militare dei ceti più poveri, chiamati a partecipare come marinai. Essi quindi rivendicarono un maggiore peso politico. Va notato che questo nesso fra guerre e peso politico delle classi sociali ha avuto conseguenze di rilievo nella concezione della storia in quanto ha strettamente collegato il riscatto sociale al valor militare. E' infatti con la dimostrazione della propria indispensabile funzione militare che è stata costruita nella storia la rivendicazione di una parallela indispensabile funzione politica con acquisizione di nuovi diritti e di maggiore potere effettivo.38

Nonostante ciò non manca nella cultura greca una riflessione sulla pace e sui suoi vantaggi rispetto alla guerra. Erodoto di Alicarnasso (ca.484-425), uno dei più grandi storici dell’antichità, che ha dedicato la sua grande opera alla guerra tra Greci e Persiani, vede la guerra come una follia. Contro tutti coloro, ed era la cultura dominante, che esaltavano la lotta dei Greci contro i Persiani lui afferma: "Non esiste uomo folle al punto di preferire la guerra alla pace. In pace i figli seppelliscono i padri, in guerra sono invece i padri a seppellire i figli".39

Un posto particolare nella storia la occupa il popolo ebreo che con il Giubileo tentò di mitigare gli effetti della schiavitù e prefigurò esperimenti di giustizia che ancora oggi fanno riflettere.

L'Antico Testamento dice che il buon governante guiderà il suo popolo rettamente e con giustizia, che


ai miseri del suo popolo renderà giustizia,

salverà i figli dei poveri e abbatterà l'oppressore. (…)

Egli libererà il povero che grida

E il misero che non trova aiuto,

avrà pietà del debole e del povero

e salverà la vita dei suoi miseri.40


Il rapporto del popolo ebreo con la pace e la guerra richiederebbe uno studio approfondito. Scrive Daniele D'Elia:


"La Shalom Ebraica racchiude la concezione buddista e quella taoista (non violenza e non autoaffermazione). Vige anche la possibilità della obiezione di coscienza. È ammessa infatti la guerra quando è mossa per autodifesa da parte di Israele. Le guerre difensive (come quelle del re Davide) sono combattute per difendere Israele. Tuttavia la storia di Israele ha conosciuto anche guerre offensive come quelle poste nei confronti dei Cananei e che sarebbero state comandate da Dio. Nel caso di una guerra giusta questa viene combattuta perché possa essere raggiunta la Shalom (l’era messianica di giustizia e di pace)".


Nella storia del popolo ebreo troviamo impastati pace e guerra, a dimostrazione che la storia della pace è inestricabilmente legata al suo opposto.

Nella storia antica un ruolo fondamentale è stato svolto dalla civiltà romana e dalla sua ideologia della guerra, capace di usare la parola pace come sinonimo di vittoria, di dominio e di ordine imposto. Roma, a partire dalle guerre puniche e poi sempre di più con la costruzione dell’esercito professionale di Mario, trasformò la guerra in uno strumento economico di un preciso bilancio in cui gli investimenti (armi, soldati, spese militari in genere) dovevano portare un ritorno economico più remunerativo in termini di bottino. Svaligiare il nemico e fare schiavi doveva essere – nella voce “entrate” della guerra – un ritorno economico a cui poi affiancare un sistema di ruberia più sistematico, quello delle tasse. Roma seppe esercitare il dominio in modo scientifico suddividendo e disarticolando i fronti sociali di possibile opposizione. Dividi e comanda. Le classi dominanti riuscirono a dividere i meno poveri dai poverissimi, i plebei dagli schiavi, gli schiavi istruiti da quelli marchiati a fuoco, gli obbedienti dai ribelli, le spie dai candidati alla crocifissione.

Questo modello economico basato sulla conquista ebbe una ripercussione nella vita interna romana in quanto dette un enorme potere ai generali e ciò fu alla base delle guerre civili. Ottaviano Augusto pose fine alle contese e impose il proprio potere personale. Dalla Roma protesa verso la conquista del mondo si passò gradualmente alla "pax romana".

Secondo Max Weber il passaggio da un’economia di guerra a un'economia di pace privò Roma dei bottini e quindi anche degli schiavi che avevano consentito all’economia romana di crescere notevolmente. Sulla base di questa interpretazione, la pace fu per Roma una delle principali cause della sua crisi. Altri storici non concordano e vedono anzi nella "pax romana" uno dei fattori di stabilità che consentì ad imperatori come Augusto di sviluppare i commerci in tutta l’area del Mediterraneo.

Rimaneva tuttavia in piedi un colossale esercito, con spese militari quanto mai ingenti.

Per il sistema economico romano basato sulla guerra cominciò una fase di stallo già dal II secolo dopo Cristo. E da lì cominciò poi il declino in quanto i costi dello strumento militare finirono per essere superiori rispetto ai benefici e – nel saldo fra entrate e uscite – l’impero alla fine collassò per via di un debito pubblico spropositato.

Entrò così in crisi quella prosperità dell’impero, che era stata assicurata in precedenza dai bottini e dai prigionieri di guerra, utilizzati come manodopera soprattutto nelle campagne. Il passaggio da una politica di conquiste ad una politica di consolidamento delle linee difensive (il "limes") bloccò l’apporto di questa fonte di ricchezza e condannò ad un progressivo impoverimento soprattutto le province occidentali, che si dissanguavano per pagare le importazioni di lusso di provenienza orientale.

Parallelamente si diffondeva il cristianesimo con cui maturò una nuova visione del mondo. Alla cultura della guerra si affiancò una "insidiosa" cultura cristiana della pace e dell’obiezione di coscienza che poneva problemi di obbedienza al potere, anche se nel IV secolo d.C. - con Costantino prima e infine con Teodosio – l’alleanza fra Chiesa e Stato segnò una svolta. I vertici della Chiesa non considerarono più utile il ripudio della guerra e della sua ideologia. Il comandamento “non uccidere” venne manipolato con mille espedienti e il principio nonviolento “ama il prossimo tuo come te stesso” fu sempre più oscurato da un potere autoritario. Non fu un processo lineare ma a zig zag, costellato di vari episodi che fanno riflettere. Ad esempio il vescovo di Milano Ambrogio nel 390 d.C. non fece entrare in chiesa e scomunicò l'imperatore Teodosio che aveva massacrato settemila persone a Tessalonica. "Per essere riammesso alla comunità cristiana - racconta Umberto Diotti - l'imperatore fu costretto a umiliarsi pubblicamente, chiedendo il perdono di Dio".41

Il crollo dell’Impero Romano d’Occidente nel 476 d.C., a cui canonicamente si collega la “fine” della storia antica, segna in definitiva la fine di un impero e di un’ideologia che avevano ritenuto la guerra non solo necessaria ma anche utile, giungendo a farla combaciare con la necessità di ordine e di pace. E’ l’implosione di un sistema che – non avendo più capacità di espansione armata – crolla sotto il peso dei suoi costi militari e delle intrinseche contraddizioni. Comincia il Medioevo.


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