Percorsi alternativi alla guerra e alla violenza dall’antichità a oggi




НазваниеPercorsi alternativi alla guerra e alla violenza dall’antichità a oggi
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Дата06.09.2012
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Pace, parola ambigua


L'appello alla "pace" da parte di chi comanda è stato giudicato dalle classi oppresse come un appello all'obbedienza, al mantenimento dello stato di cose esistente. La pace è stata insegnata in termini di "non ribellione" ed il termine - in quest'accezione - è stato ampiamente usato dai Romani. Oggi l'"educazione alla pace" e la "cultura della nonviolenza" soffrono ancora di quest'abbinamento all'ideologia della rassegnazione in cui le classi dominanti (e sacerdotali) hanno storicamente relegato i concetti di pace e nonviolenza. Pace e nonviolenza oggi possono essere efficaci strumenti di destrutturazione dei dispositivi della violenza se progettano e attuano la "non obbedienza" intesa come ritiro cosciente dell'appoggio pratico e del consenso. Tutto ciò richiede oggi un forte investimento culturale ed educativo.


Il problem solving


Non ci si deve aspettare la ricerca storica per la pace possa svelare una storia buona e formule infallibili di risoluzione dei conflitti. Se in alcuni casi la ricerca può essere piuttosto semplice per rivelare e far comprendere le alternative, in altri casi invece il problema non può e non deve essere semplificato. La ricerca per la pace pertanto non si configura come una facile applicazione di soluzioni prese da una casistica collaudata: è invece problem solving. La creatività e il metodo nella risoluzione dei problemi, la costruzione di ipotesi alternative, la comparazione fra costi e benefici in scenari concorrenti, la formalizzazione logica delle procedure e dei sistemi di verifica, l'educazione al pensiero innovativo: cos'è questa se non la scienza che manca i tanti licei scientifici? Gran parte del conformismo odierno e della cultura della guerra deriva dal detto Tina (There Is No Alternative, non c'è alternativa), che le attuali guerre ideate dalla classi dominanti occidentali rappresentino non il migliore ma l’unico sistema politico possibile. La scienza può educare al conformismo come pure all'ideazione plurima e innovativa.

La scienza delle opzioni plurime è frutto di una cultura che impara ad interiorizzare più punti di vista.


Il punto di vista dei perdenti


"Professore, ho capito che lei ci vuole mettere nei panni anche di chi ha perso nella storia". Ho capito di aver impostato bene il mio lavoro quando Mimmo, un ragazzo molto sveglio della prima classe di liceo scientifico, un giorno ha fatto spontaneamente questa osservazione.


Il principio di reciprocità


"E se lì ci fossi stato io?" Acquisire il punto di vista di tutti, anche dei perdenti, significa relazionarsi ai diversi punti di vista. "E se io non fossi stato un Romano ma un Gallo?" "E se io fossi stato a Belgrado e non a Roma durante la guerra del Kossovo?" Significa cioè applicare il principio: "Non fare agli altri ciò che non vorresti venga fatto a te". Il punto di vista della reciprocità e dell'intercambiabilità dei ruoli porta ad assumere interamente il criterio di universalità kantiana: fa' in modo che la tua condotta individuale valga come principio universale. Ad esempio se si taglia una torta il principio di Kant suona così: chi taglia le fette non le sceglie. Le sceglie chi non le taglia. In tal modo si garantisce un'equità non imposta unilateralmente. L'equità richiede che chi taglia le fette si ponga dal punto di vista di chi le sceglie. E' una procedura basata su un bilanciamento esterno e sulla compartecipazione dell'altro.


Pedagogia dell'immedesimazione


Fare storia a scuola non può essere un processo vissuto come spettatore esterno e sbadigliante. La storia va anche raccontata, vissuta e calata nelle parole dei testimoni. Occorre porsi di fronte alle scelte del periodo storico e chiedersi: "Io che avrei scelto?"

Questo significa leggere - direi "recitare" - ad esempio i discorsi di Follereau o le lettere dei condannati a morte della Resistenza. E' la "pedagogia dell'immedesimazione", che comporta anche il collegarsi - tramite la telematica - a situazioni lontane, collaborare, farsi partecipi.11

Ha scritto Hannah Arendt in “La banalità del male”:


"Le peggiori atrocità possono scaturire da ciò che è apparentemente innocuo, dalla “normale” passività che può caratterizzare la vita quotidiana di milioni di individui nella società di massa: la triste verità è che il male è compiuto il più delle volte da coloro che non hanno deciso di essere o agire né per il male né per il bene".



Una scuola che puntasse solo sulla dimensione cognitiva e rinunciasse a quella che Daniel Goleman definisce l'intelligenza emotiva12 è una scuola finalizzata solo a creare ottime rotelle per questo sistema di potere politico e militare. La formazione della coscienza è il risultato di un processo educativo ed emozionale con cui si "modella la propria anima": questo richiede un continuo lavoro su se stessi.

Non è un caso che tutte le principali azioni contro la pace richiedono che venga posto il silenziatore sulla dimensione del rimorso. Il sistema di addestramento militare ha come primo obiettivo l'anestetizzazione della propria coscienza. Se questa anestetizzazione viene preventivamente preparata a scuola allora la missione è facilitata.

Quando Hannah Arent scrive che "il male è compiuto il più delle volte da coloro che non hanno deciso di essere o agire né per il male né per il bene", in realtà pone alla scuola un problema pesante come un macigno. Lo capiremo meglio con l'esempio qui di seguito riportato.


Contro il conformismo e l'assuefazione


Un preside americano all'inizio di ogni anno scolastico scriveva ai suoi insegnanti questa lettera:


"Caro professore, sono un sopravvissuto di un campo di concentramento. I miei occhi hanno visto ciò che nessun essere umano dovrebbe mai vedere: camere a gas costruite da ingegneri istruiti, bambini uccisi con veleno da medici ben formati, lattanti uccisi da infermiere provette, donne e bambini uccisi e bruciati da diplomati di scuole superiori e università. Diffido - quindi - dell'educazione. La mia richiesta è: aiutate i vostri allievi a diventare esseri umani. I vostri sforzi non devono mai produrre dei mostri educati, degli psicopatici qualificati, degli Eichmann istruiti. La lettura, la scrittura, l'aritmetica non sono importanti se non servono a rendere i nostri figli più umani". 13


Anche la storia rientra in questo discorso educativo che ci permetta di comprendere, come scrive Hannah Arent, che


"le peggiori atrocità possono scaturire da ciò che è apparentemente innocuo, dalla “normale” passività che può caratterizzare la vita quotidiana di milioni di individui".


I veri mostri - protagonisti delle tragedie storiche - sono state le cosiddette "persone normali" che insegnavano ai figli a non mettersi le dita nel naso e a non dire le parolacce, mentre non sentivano l'odore acre dei camini.


Apprendimento attivo e giochi di simulazione


Fare educazione alla pace lavorando sulla storia significa superare una visione di trasmissione dei contenuti (anche si trattasse di ottimi "contenuti per la pace") per mettere in campo una visione interattiva e di ricerca collettiva. In questo senso i giochi di simulazione dovrebbero diventare un terreno su cui lavorare sempre di più.14

Un apprendimento attivo conduce a parlare anche di Freinet e di don Lorenzo Milani.


Freinet e don Milani


La caduta di tensione politico-culturale di partiti ed intellettuali, che ormai si contendono il potere anziché cambiarlo, ha portato alla perdita di un patrimonio pedagogico che faceva perno ad esempio sulla cosiddetta "scuola attiva" di Célestin Freinet a cui si ispirò anche don Lorenzo Milani sperimentando la scrittura in forme innovative e dal basso (si pensi al metodo di scrittura collettiva con cui fu realizzato il libro "Lettera ad una professoressa"). Célestin Freinet ideò la sua "tipografia scolastica" dopo aver preso parte alla Resistenza, in un'epoca in cui scrivere e stampare un giornale era un'impresa ciclopica, faticosa e macchinosa, che richiedeva tanta manualità e tenacia. La "tipografia" di Freinet rimase un'aspirazione straordinaria che si scontrò con problemi di ordine pratico i quali oggi - tramite i computer e le stampanti di cui disponiamo - sarebbero superati e superabili con facilità. Oggi abbiamo i mezzi ma si è perso lo slancio di Freinet il quale alla tipografia associava il metodo delle lettere da inviare nel mondo. Stampare e comunicare con la società circostante erano i pilastri di una scuola attiva e "popolare", dove vivere, comunicare e creare diventavano una sola cosa. Don Milani fu artefice di questa scuola attiva che portava i ragazzi a farsi giornalisti. Quanto è rimasto oggi di tutto ciò nelle teorie di tanti nostri esperti di pedagogia? In molti loro scritti il computer e Internet sembrano essere richiamati unicamente per il senso di modernità e di efficienza che infondono, ma se cercate espressioni come "educazione alla pace" o "informazione alternativa" cercherete invano perché tecnologia e prospettiva di cambiamento non sono associate.


I "saggi" che parlano di computer


La conferma? Nel documento dei saggi (convocati dall'ex ministro della Pubblica Istruzione Berlinguer) non era mai citata l'espressione "educazione alla pace" mentre ricorrevano tante volte le parole "multimedialità", "computer", completamente sconnessi da una prospettiva di cambiamento che avesse al centro l'uomo e i valori più alti: la pace, la solidarietà, i diritti umani. Questo è ciò che si può constatare facendo una ricerca elettronica sul testo del documento dei "saggi", e la cosa crea sgomento perché ciò significa che neppure quei saggi hanno saputo o voluto comprendere il valore rivoluzionario della "potenza computazionale" che oggi abbiamo o possiamo avere fra le nostre mani. L'arma nonviolenta - che possiamo contrapporre alla violenza di altre armi - rimane nel fodero.

Un giorno mio figlio, dopo aver studiato le tecnologie per fare la guerra, mi chiese: "Ma c'è una tecnologia per combattere contro la guerra?" Il problema è proprio questo: occorre studiare sodo e mobilitare le tecnologie della pace contro le tecnologie della guerra. Le condizioni per competere oggi ci sono.


La "potenza computazionale"


Il giornalista Riccardo Orioles ha scritto:


"Fra il Vietnam e oggi, e fra Piazza Fontana e oggi, è passato un secolo sul piano della tecnologia. Non tanto per i computer e l'internet in se stessi, quanto per il fatto che un qualunque ragazzino dei nostri giorni ha in mano una potenza computazionale che un tempo si trovava a stento in un istituto di fisica nucleare"15.


Occorrerebbe un libro a parte per analizzare le enormi potenzialità, oggi spesso sprecate, che potrebbero essere liberate. E qui non è possibile affrontare un argomento di tale portata che pone un colossale senso di colpa a chi vuole cambiare il mondo o a chi dice soltanto di volerlo fare.


Morte e risurrezione della scrittura


Probabilmente urge costruire nella scuola redazioni-laboratori che diano valore alla scrittura come sistema di comunicazione sociale e di costruzione-verifica delle conoscenza. La scrittura rischia di morire, uccisa dal telefono e dalla lettura dell'Internet dove si trova già tutto pronto. Forse educando i giovani a scrivere e impaginare i propri giornali, i propri libri - ora che la "potenza computazionale" lo consente - potremo ritrovare il valore individuale e collettivo della scrittura e il senso che a scuola vale la pena insegnare a scrivere. Ma a che scopo fare tutto ciò se non vi è il senso e la speranza che tutto ciò può contribuire a costruire una società altra e migliore? Questo uso "politico" della scrittura, che distingueva don Milani da pedanti professori e professoresse, è alla base di un nuovo programma di pedagogia ancora da scrivere.16

Internet e ricerca


La rete è stata usata - per la realizzazione di questo libro - come un grande oceano di informazioni condivise. Un oceano in cui "cercare" tesori nascosti. Importantissimi i motori di ricerca e le metodologie di combinazione/ricombinazione delle informazioni.

Che significa? Significa partire da dati scarni ma precisi per ampliarli sempre di più con ulteriori ricerche. Bastano anche solo testi brevi con pochi indizi per ampliarli. Internet quindi come piattaforma di ricerca e ricombinazione di dati sparsi, non come biblioteca da cui "stampare" ciò che c'è già. Internet come laboratorio della tecnica combinatoria17.

Ma anche come laboratorio di socializzazione e cooperazione.


Internet e cooperative learning


Per creare un ambiente di cooperazione per chi fa ricerca storica abbiamo perciò creato un sito di "cooperative learning"18 al fine di poter condividere fra più persone la storia della pace. L'indirizzo è http://italy.peacelink.org/storia

La novità sta nel fatto che l'aggiornamento del sito può essere realizzato collettivamente e in modo interattivo da più persone: viene meno il tradizionale webmaster centralizzato dalle cui mani deve passare necessariamente la creazione e l'organizzazione ipertestuale delle pagine web. Il software Phpeace consente di creare un ambiente cooperativo sul web.19


Le radici storiche del pacifismo


Molti ricorderanno il 2003 come un anno storico del movimento per la pace: 110 milioni di manifestanti nel mondo. Mai nella storia era accaduta - in simultanea mondiale - una cosa del genere.

Dopo quell'esperienza in tanti si sono chiesti: ma il movimento per la pace è nato di recente o ha radici lontane? Si può parlare di una storia del movimento per la pace anche per i secoli passati? E chi ha costruito la storia del movimento per la pace? E' abbastanza intrigante chiedersi se il pacifismo ha radici anche nella storia antica o se nella preistoria gli uomini erano più pacifici dei loro discendenti che inventarono la scrittura e le altre forme di civiltà. Se si è convinti che il movimento per la pace sia un soggetto storico è indispensabile scoprirne quindi le radici con un paziente lavoro di ricerca, simile a quello che gli umanisti realizzarono per portare alla luce le testimonianze di qualcosa che sembrava sepolto negli archivi della storia.

Il pacifismo nel passato: non è una ricerca arbitraria?


Altri movimento storici dotati di identità forti (ad esempio il movimento dei lavoratori o delle donne che hanno saputo ricostruire la propria storia) hanno scavato nel passato e hanno portato alla luce ciò che la storia ufficiale dei vincitori ha ignorato, taciuto o deliberatamente manipolato. Ogni soggetto storico consapevole dei propri compiti è tale solo se ha la consapevolezza della sua storia. E questo vale in particolare per il movimento per la pace che, prefigurando metodologie nonviolente di risoluzione dei conflitti del presente e del futuro, non può esimersi dal compito di verificare se i conflitti del passato abbiano sperimentato soluzioni innovative diverse dalla guerra.

Vi è tuttavia una "filosofia della storia" fortemente contraria a cercare nel passato una sorta di movimento pacifista che è invece un soggetto nato in un contesto storico determinato; del resto la parola "pacifista" è nata solo nel 1905. Tale filosofia della storia ha le sue ragioni e infatti questo libro non si intitola Storia del pacifismo. Tuttavia quando Gandhi sostiene che "la nonviolenza è antica come le montagne"20 ha anche lui le sue buone ragioni. L'opposizione alla guerra è nata con la guerra stessa e la nonviolenza è nata come non automatica accettazione violenza. L'elaborazione sistematica ed organizzata di una certa prassi può essere stata frutto di processi recenti e tuttavia ciò non toglie che essa sia stata anticipata e sperimentata, in forme magari inconsapevoli e frammentarie. La storia della scienza ad esempio non può prescindere dalla tradizione artigianale.


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