Percorsi alternativi alla guerra e alla violenza dall’antichità a oggi




НазваниеPercorsi alternativi alla guerra e alla violenza dall’antichità a oggi
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Carestie, peste e guerra alla fine del Medioevo


E' interessante analizzare come durante alcuni passaggi storici epocali gli uomini non siano riusciti a prevedere le conseguenze delle proprie azioni. Forme di "violenza" contro la natura si sono ripercosse contro gli uomini stessi. Vediamo pertanto cosa è accaduto dal XIII secolo in poi sotto il profilo della rottura degli equilibri ecologici e quali inaudite sofferenze e violenze sono poi derivate.

L’aumento della popolazione europea dei secoli XI-XIII era stata resa possibile grazie ad un miglioramento delle tecniche di coltivazione (aratri, rotazioni, ecc.). Ma aveva portato anche al dissodamento e alla coltivazione di molte terre incolte o boschive (con taglio delle foreste) o che erano tenute a pascolo.


La rottura degli equilibri ecologici


In tal modo vennero seminate aree poco adatte alla coltivazione dei cereali, si erano ridotti gli spazi per l’allevamento del bestiame e si disponeva di meno concime. Di conseguenza la fertilità dei campi diminuiva. Il taglio degli alberi – così come è accaduto nella foresta amazzonica – portò ad un illusorio aumento della terra coltivabile in quanto la distruzione delle foreste porta spesso all’inaridimento del suolo che alla fine non è utile neppure per l’allevamento.

Avvenne quindi una modificazione del paesaggio e l’uomo ruppe una serie di delicati equilibri ecologici (ma anche economici, si veda la riduzione del concime disponibile) senza badare alle conseguenze. Ma le conseguenze si fecero sentire nel 1300, dando le prime avvisaglie nella seconda metà del 1200. Vediamo cosa accadde.


Il rendimento dei campi diminuisce


Possiamo leggere su un buon testo di storia:


Verso il 1250 il rendimento del frumento era di circa 1 a 4: cioè seminando un quintale di frumento si ottenevano circa quattro quintali di prodotto. Era un rendimento molto basso (ad esempio nel secolo XIX il rendimento medio sarà di 1 a 11)”.136


Ma nel corso della seconda metà del Duecento, per tutte le ragioni che abbiamo visto, esso diminuì ulteriormente. In altri termini per aumentare la produzione si diminuiva la produttività. Proseguiamo nell'analisi:


Dobbiamo ora riflettere attentamente sugli effetti di questa diminuzione. Facciamo un esempio: se il rendimento è di 1 a 4, vuol dire che seminando un quintale se ne raccolgono quattro; un quintale viene messo da parte per seminare l’anno dopo, gli altri tre quintali possono essere consumati. Immaginiamo ora che un’annata di cattivo tempo distrugga la metà del raccolto: raccoglieremo allora solo due quintali, ma siccome un quintale dobbiamo accantonarlo per la prossima semina, il prodotto destinato al consumo sarà di solo un quintale, cioè solo un terzo delle annate normali. Continuiamo il nostro ragionamento: supponiamo che il rendimento medio della semente diminuisca di 1 a 3. Se il cattivo tempo distrugge la metà del raccolto, la parte del prodotto che potremo consumare questa volta sarà solo di mezzo quintale, cioè un quarto delle annate normali. Questo ragionamento ci permette di capire perché, a mano a mano che il rendimento della semente diminuiva, l’effetto delle cattive annate diventava sempre più disastroso. L’equilibrio tra la crescita della popolazione e la crescita delle risorse stava per spezzarsi: in queste condizioni qualche annata di cattivo tempo era sufficiente per provocare delle spaventose carestie”.137


Dalla carestia alla peste


La produttività in questo caso è calcolata come rapporto fra produzione e superficie coltivata. La matematica ci può aiutare a costruire dei “modelli matematici” delle carestie, verificando come la casualità delle avversità (grandine, siccità, inondazioni, ecc.) può avere effetti differenti a seconda delle situazioni. Vi è insomma una “matematica della fame” che ci consente di capire e anche di prevedere. Dalla fame alla peste il passo è breve e da un'accurata ricostruzione storica possiamo ricavare quanto segue:


Nel 1315 un inverno un po’ più lungo e freddo del solito e un’estate piovosa furono la causa di una carestia che durò ben tre anni e che colpì tutta l’Europa, dalla Francia alla Russia, dalla Germania meridionale all’Inghilterra e alla Scandinavia, spazzando via circa un decimo della popolazione. Fu la carestia più grave ma non l’unica in questi anni: nella Francia meridionale, ad esempio, dal 1301 al 1350 si susseguirono ben 22 annate con penuria di grano. In questi anni la gente, soprattutto nelle campagne, si ridusse a mangiare bacche, erbe, radici, talvolta addirittura carogne di animali, finendo poi per morire letteralmente di fame. E anche chi non moriva di fame era comunque denutrito ed era quindi più soggetto alle malattie che più facilmente lo potevano condurre alla morte. Questo può spiegare l’eccezionale gravità dell’epidemia di peste che colpì l’Europa nel 1348-50”.138


A quella peste si riferiva Boccaccio quando, nel Decamerone, descrisse un gruppo di giovani che si erano rifugiati lontano dalla città di Firenze e trascorrevano il tempo raccontandosi novelle. La popolazione europea fu decimata e in varie zone la percentuale delle morti variò dal 30% al 50%. I dati storici raccolti sono veramente impressionanti:


Città e villaggi si spopolarono, case si svuotarono: fu una catastrofe che noi oggi facciamo fatica a immaginare”. In Italia dal 1360 al 1400 vi furono ben 18 anni di epidemia. La popolazione europea nel 1300 era di circa 73 milioni e nel 1400 calò a 45 milioni (28 in meno) e il livello demografico del 1300 si raggiunse solo nel 1550”.139


L’analisi di questa catastrofe è una chiave di lettura non solo del passato ma anche del presente, ossia delle carestie che colpiscono la popolazione del Terzo mondo oggi in alcune aree.


Cosa impararono gli uomini dopo la crisi della metà del 1300?


  • In primo luogo molti cittadini dei comuni compresero che – anziché privilegiare le divisioni in guelfi e ghibellini e dare vita a violente lotte – era utile costruire gli ospedali e badare al bene della collettività. La “politica” che aveva contrapposto i cittadini in fazioni per fini di pura conquista del potere spesso aveva infatti trascurato elementari precauzioni per il benessere collettivo e solo a disastro avvenuto – come fu per la cittadina di San Gimignano (Siena) – si decise di costruire un ospedale dotato di adeguate attrezzature e medici.

  • In secondo luogo venne riconosciuto l’errore “ecologico” e gli uomini tentarono di recuperare quell’equilibrio con la natura che si era rotto. Infatti, quando la popolazione diminuì, la parte meno fertile della terra venne abbandonata e su di essa tornarono ad estendersi boschi e paludi. Ritornarono le aree destinate a pascolo per bovini e ovini il che permise di disporre di maggiore quantità di concime e di aumentare così la fertilità dei campi. Inoltre si poté produrre più carne, latte, burro, formaggi, lana.

  • In terzo luogo fu migliorato il rendimento agricolo incrementando non solo la produzione ma la produttività, puntando su un incremento dell’efficienza; questo richiedeva un’agricoltura non solo per mani callose e per “ignoranti”; cominciò a svilupparsi, in alcune zone, un’agricoltura più moderna, basata sull’irrigazione e su tecniche agricole avanzate.

  • In quarto luogo si poté riflettere sul rapporto fra popolazione e risorse; molti, se volevano capire, ebbero la dimostrazione che il “crescete e moltiplicatevi” non era una ricetta valida sempre e ovunque e che l’idea che molte braccia significano automaticamente molta ricchezza è assolutamente sbagliata se si rompono gli equilibri con la natura e le sue risorse, da una parte, e se non si incrementa l’efficienza e la tutela sociale dall’altra.


La guerra e i suoi costi sociali


“Dalla peste, dalla fame, dalla guerra liberaci o Signore”: era questa una preghiera assai diffusa nel Medioevo.140 E nel Trecento, oltre alle carestie e alle epidemie, anche le guerre contribuirono a spopolare l’Europa: ci furono guerre lunghissime, come la Guerra dei Cent’anni che durò dal 1339 al 1453 e che contrappose Francia e Inghilterra. Nel corso del 1300 nacquero degli eserciti di tipo nuovo: gli eserciti di mercenari, formati da “professionisti”. Quando passavano su un territorio questi soldati mercenari, spesso stranieri, danneggiavano le coltivazioni, esigevano di essere alloggiati, facevano razzie e requisivano il bestiame; talvolta poi portavano con sé i germi di malattie epidemiche come la peste. Delle milizie mercenarie ne riparlerà il Manzoni nella sua narrazione dei Promessi Sposi, ambientata nel Seicento.


La guerra come professione


Quando la guerra diventa una professione, come accade oggi in varie aree “calde” del terzo mondo dove i conflitti sembrano “endemici”, avviene più o meno questo. I conflitti non terminano più in quanto divengono una professione e l’eliminazione dei conflitti viene percepita come la perdita di “posti di lavoro”. Così la professione della guerra si perpetua e si stabilizza coincidendo a tempo indeterminato con la razzia e l’asservimento della gente alle prepotenze di chi ha le armi in pugno. Le conseguenze economiche di queste “guerre interminabili” e di questi “eserciti di professione” è stato, nella storia, devastante per gli uomini e per l’economia.


L'insicurezza sociale genera violenza e intolleranza


"Tra paura e aggressività c'è un rapporto molto stretto. Negli uomini come negli animali la violenza è spesso il prodotto dell'insicurezza", affermano gli storici Vittoria Calvani e Andrea Giardina .141

A partire dalla metà del Trecento, infatti, iniziano ondate di peste in seguito alla crisi economico-sociale che si protrarrà per circa tre secoli segnando una flessione sia produttiva che demografica invertita solo nel Settecento. Il clima di insicurezza e di paura genera la "caccia al diverso". Dice Gandhi: "La violenza è l'arma dei deboli; la nonviolenza quella dei forti". Che la violenza nasca non dalla sicurezza ma dall'insicurezza e che sia pertanto una "virtù" non tanto dei forti quanto degli insicuri lo dimostra la storia: infatti in certi casi gli uomini ricorrono alla violenza quando non sanno più che pesci prendere. Proprio il nesso della violenza con l'irrazionalità ha spinto, nel Settecento, l'Illuminismo non solo ad una filosofia della razionalità ma ad una forma di pensiero pacifista. La caccia agli ebrei fu una chiara manifestazione del rapporto esistente fra insicurezza, irrazionalità ed intolleranza. E gli esempi non mancarono:


"Già nell'aprile del 1348 a Tolone corse voce che gli ebrei avevano avvelenato le fontane pubbliche e diffuso la peste: ne furono subito massacrati quaranta. La notizia passò di città in città, dalla Savoia alla Svizzera. A Berna, a Zurigo e sul Lago di Costanza si tennero processi ed esecuzioni, favoriti dalla circostanza che i malcapitati, sottoposti a terribili torture, finivano quasi sempre per “confessare”".142


Si aprì la "caccia al diverso" durante le epidemie (Manzoni descrive con lucidità i processi sommari agli "untori") per sfogare l'insicurezza sociale accumulatasi in forma di aggressività violenta e di rabbiosa sopportazione dell'iniquo destino. Spiegano Calvani e Giardina:


"In occasione delle epidemie agli uomini non bastava attribuire tutte le colpe al diavolo: col diavolo non ci si poteva sfogare. Per questo essi cominciarono quasi istintivamente a cercare "colpevoli" più concreti e a concentrare la propria rabbiosa attenzione su chiunque apparisse "diverso" da loro. "Diverso" è chi si veste in modo strano, chi parla in modo incomprensibile, chi pratica una religione che non è quella della maggioranza."143


In questa ricerca del "colpevole" (spesso un'altra razza o etnia) su cui scaricare le tensioni originatesi nelle crisi economiche si può rintracciare l'origine ad esempio del nazismo o della recente guerra civile jugoslava, entrambi fenomeni di violenza collettiva nati a seguito di una forte insicurezza sociale connessa a drammatiche crisi economiche (francobolli che costavano milioni di marchi, gente che faceva la spesa con sacchi pieni di banconote prive di valore).


La violenza blocca la civiltà cinese


Se spostiamo la nostra attenzione dall'Europa al continente asiatico troveremo altre conferme sulla correlazione nefasta che esiste fra violenza e declino della civiltà. Gli storici Calvani e Giardina evidenziano:


"I Ming si circondarono di una corte impreparata e corrotta e di una polizia politica che aveva il compito di spiare i funzionari e di riferire ogni loro azione direttamente all'imperatore. Con il passare del tempo, questo sistema bloccò ogni nuova iniziativa, abbassò il livello delle classi dirigenti, creò un clima di sospetto e di terrore che frenò ogni sviluppo economico. Tra il Quattrocento e il Cinquecento (...) la Cina bloccava quel grande progresso tecnico e scientifico che, ancora prima dell'Era cristiana, l'aveva sempre vista all'avanguardia rispetto alla civiltà greca, poi romana e infine medievale."144


La straordinaria civiltà cinese descritta da Marco Polo nel Milione si avviava verso la decadenza.


Storia moderna


Cornice storica


L’età moderna si fa iniziare con la data del 1492, anno del viaggio di Cristoforo Colombo in America. Quel viaggio segna l’inizio non di una “scoperta” ma una conquista che portò al genocidio degli indios.

La profonda differenza fra una spedizione pacifica ed una di conquista è evidente in due diversi viaggi: quello di Marco Polo (XIII secolo) e quello di Cristoforo Colombo (XV secolo). Nel Milione di Marco Polo emerge la volontà di raccontare un'esperienza umana di arricchimento: due civiltà si incontrano e si accolgono l'un l'altra. Marco Polo convive pacificamente e riceve il benvenuto dalla civiltà cinese. Non approfitta delle immense distanze per deformare usi e costumi cinesi, per costruire pregiudizi.

Con la "scoperta" di Colombo inizia invece contemporaneamente la "conquista" e lo spirito di rapina; non vi è più lo spirito di "incontro" e di "confronto", come era accaduto invece per Marco Polo due secoli prima.

Quando gli indigeni furono sterminati dalle violenze e dalle malattie fu necessario "sostituirli" con nuovi schiavi deportati dall'Africa. Milioni di neri furono a viva forza condotti in America. Questa storia di inaudite brutalità cominciò all’insegna dello spirito feudale spagnolo per continuare nel solco dello spirito capitalistico inglese. Da quell’esperienza in poi si realizzò un mondo globalizzato in cui l’interscambio delle merci e degli schiavi ruppe definitivamente la staticità del mondo feudale. La Spagna, che non seppe gestire questo cambiamento e incassò ricchezze sperperandole in un sistema di consumi feudali, fu scavalcata e battuta dall’Inghilterra.

Il XVI secolo è caratterizzato dalla nascita del movimento protestante e dalla diffusione della stampa. La tipografia moderna fu realizzata da Gutemberg che nel 1455 riuscì a stampare la Bibbia. Nel giro di pochi decenni i libri passeranno da poche migliaia a milioni di copie. Cambiò la diffusione dell’informazione, cambiò la cultura, cambiò il potere. Martin Lutero lo intuì benissimo e fece tradurre in tedesco la Bibbia, ancora studiata in latino, e la dette alle stampe. Il movimento di idee che nacque da questo accesso diretto alle fonti e lo spirito di ribellione conseguente alla corruzione della Chiesa si saldarono con potenti effetti di reciproca interazione. Da quel momento in poi la stampa divenne un diavolo da controllare o – per converso – uno strumento al servizio dell’emancipazione culturale e umana. Sia dentro il mondo cattolico sia dentro il mondo protestante fu perseguitato il dissenso ma esso, scacciato dalla porta dell’autorità statale e religiosa, ritornava dalla finestra dei movimenti culturali a cui la stampa, per quanto censurata e clandestina, dava un potere di amplificazione eccezionale: potevano essere uccise le persone ma le loro idee continuavano a vivere nei libri.

Il Seicento fu un secolo di svolta per le società più dinamiche. Ad esempio l’Inghilterra giunse alla monarchia costituzionale nella seconda metà del secolo. La Francia invece rimase ancorata ad un rigido assolutismo da cui deriverà una profonda insofferenza degli intellettuali anticonformisti. Nacque così l’Illuminismo e poi la Rivoluzione Francese.

L’esperienza napoleonica costituì un’esperienza deludente per tutti coloro i quali pensavano alla liberazione dei popoli oppressi, si pensi ad esempio Ugo Foscolo o Ludwig van Beethoven. La “guerra di liberazione” era in realtà una malcelata guerra di occupazione e rastrellamento imperialistico delle risorse nazionali.

Dopo la caduta di Napoleone e con il Congresso di Vienna del 1815 iniziò la Restaurazione. Fu imposto un ordine oppressivo chiamato “pace” e la religione venne utilizzata così come spiegava Carl Ludwig von Haller (1768-1854), un pensatore reazionario di quel periodo: “La religione assicura ai sovrani la fedeltà dei loro sudditi e quell’obbedienza volontaria che la costrizione non potrà mai rimpiazzare. Essa soffoca il crimine nel suo germe e produce delle virtù grandi e generose; facilita l’esecuzione di tutte le leggi, rende superfluo l’impiego della forza e della sorveglianza e agisce anche dove questi mezzi non possono arrivare”.

A quest'idea di ordine e di “pace” si contrapposero i moti di ribellione ottocenteschi.

L’Ottocento costituì il secolo del Risorgimento italiano e da quell’esperienza è stata tratta come lezione l’inevitabilità dell’uso della violenza per rompere le catene di un ordine oppressivo. L’esperienza di Garibaldi, che pure in vecchiaia si collegherà ai primi organismi di coordinamento per la pace, resta il simbolo della “guerra giusta”, condotta con slancio, passione e nell’interesse di una causa superiore, servita con dedizione e disinteresse. Guerra e libertà furono uniti, dai mazziniani in rivolta e dai garibaldini in camicia rossa, in un unicum che educherà intere generazioni di democratici. E’ in questo humus culturale che nascerà l’idea della necessità di una rivoluzione per la giusta causa, per la libertà, per rispondere all’oppressione, per non tenere sempre il capo chinato e vivere nella fatalità della rassegnazione. La parola pace in questo secolo non sempre fu usata con un significato progressista, come invece avevano fatto gli illuministi del secolo precedente. La pace veniva infatti invocata dai conservatori e dal clero, da chi voleva mantenere l’immobilità di un mondo in disfacimento che aveva trovato un ultimo disperato puntello negli accordi del 1815 del Congresso di Vienna e nella Santa Alleanza. Questa visione della pace fu subita non di rado con insofferenza da chi voleva cambiare le cose e rifiutava quindi una pace sinonimo di ordine e di sottomissione. Pertanto si diffusero movimenti che avevano più un carattere antimilitarista che pacifista: l'opposizione era agli eserciti, strumento delle classi dominanti.

Tuttavia negli Stati Uniti, in un diverso contesto storico-sociale, cominciarono a formarsi le prime associazioni pacifiste che poi si diffonderanno anche in Europa. Gli Stati Uniti furono così la patria del moderno pacifismo organizzato, in cui tale lotta si intrecciava strettamente alla richiesta di fine della schiavitù e alla lotta contro lo sterminio degli indiani. La "pace" dei pacifisti americani derivava dal ripudio della guerra tipico della cultura quacchera. La "pace" lì era un'idea di opposizione, prefigurava una radicale trasformazione nonviolenta della società. In Europa invece la "pace" era - e la cultura cattolica e classico-latina ne davano ampia giustificazione- sinonimo di ordine e sotomissione. Come si è già detto, la "pace" delle classi dominanti veniva opposta alla ribellione e aveva anche un vago legame con la pace dei sensi e la morte. Una guerra di significati si combatteva sulla parola "pace". In Europa entusiasmavano le gesta rivoluzionarie che abbattevano i tiranni, armi alla mano.

Per cambiare radicalmente atteggiamento occorrerà assistere agli effetti devastanti delle nuove armi automatiche e alla prima guerra mondiale. Le mitragliatrici, ma già i fucili francesi a retrocarica che fermarono Garibaldi prima che giungesse a Roma, avevano cambiato i rapporti fra attacco e difesa militare. Il romanticismo militare, gli assalti coraggiosi, i garibaldini mal equipaggiati ma vittoriosi: questa epopea della "guerra giusta" terminò con l’avvento delle nuove armi automatiche, facili da ricaricare e capaci di sparare più proiettili. Fare la "guerra per la libertà" non fu più una cosa semplice, non bastava "essere di più", avere un fucile a testa e attaccare; infatti la potenza di fuoco di un singolo poteva equivalere alla potenza di fuoco di dieci o cento.

Cominciarono guerre spaventose che fecero cambiare idea a tutti, e in particolare a quei poveri che dovevano combatterle nel nome degli interessi dei ricchi. La nascita nell'Ottocento di organizzazioni per la pace non fu quindi il frutto di un'autonoma maturazione della civiltà umana ma fu viceversa la reazione a un imbarbarimento della guerra che stava assumendo caratteri inediti. Si passò infatti dai 7 milioni di morti in guerra del Settecento ai 19,4 milioni dell'Ottocento.145

Una parte dell’umanità sottomessa e umiliata cominciò così a riappropriarsi di quella parola che nella prima metà dell'Ottocento era divenuta tanto cara alla destra reazionaria: la pace. Infatti, le classi dirigenti avevano deciso che il mondo era troppo stretto. Divenne necessario sgomitare per conquistare nuovi mercati mondiali. Cominciava l’epoca dell’imperialismo.

Contemporaneamente però nell'Ottocento cominciò a diffondersi una "nonviolenza pratica" costruita dal movimento sindacale che riuscì ad ottenere importanti conquiste usando tecniche di lotta che basate sulla non collaborazione e il boicottaggio.

Cominciava in tal mondo anche un'altra storia: quella dei lavoratori organizzati.


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