1. Questa settimana molti giornali si sono occupati dell’intesa Milano-Roma, Albertini-Veltroni. Ho inserito alcuni articoli, apparsi sulle cronache di Milano del Corriere e di Repubblica, a cui ho aggiunto due sonetti del Porta e due del Belli. Par condicio, e senza traduzione. 2




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Nota introduttiva

1.Questa settimana molti giornali si sono occupati dell’intesa Milano-Roma, Albertini-Veltroni. Ho inserito alcuni articoli, apparsi sulle cronache di Milano del Corriere e di Repubblica, a cui ho aggiunto due sonetti del Porta e due del Belli. Par condicio, e senza traduzione.

2.Ho trovato nell’archivio di Golem l’Indispensabile http://www.golemindispensabile.it/default3.asp un saggio di Marina Mizzau sulle barzellette: perché si ride, perché possono non essere capite, perché non si ride. E ‘ insidioso, scrivere saggi del genere, ma, come dice l’autrice, riso spiegato non è sciupato.

3. Appartengo alla spocchiosa minoranza dei cultori del cinema di Erich Rohmer. Ho controllato la filmografia riportata alla fine dell’articolo di Stefano Finesi: dei film riportati ne ho visti finora ventitrè, diversi più volte, alcuni in francese. Ma me ne manca ancora qualcuno… Le immagini da film di Rohmer le ho trovate nel sito Les Films du Losange. http://www.filmsdulosange.fr/uk_catalogue.php

p.c.


L'America, fra poco
Furio Colombo su l’Unità
http://www.unita.it/index.asp?sezione_cod=CMTO


Vedere l’ex presidente Bill Clinton che tiene la mano dell’ex presidente Jimmy Carter che tiene la mano dell’ex vicepresidente Al Gore che tiene la mano del senatore John Kerry, candidato democratico contro Bush è uno spettacolo che non si era mai visto in passato. Come tutte le grandi famiglie di sinistra nel mondo, i democratici americani sono spesso divisi, o così appaiono a confronto con i loro avversari repubblicani. Gli interessi uniscono, e non lasciano spazio al dibattito sulle idee. Il segreto, che è l’ossessione del presidente Bush e del suo vice, Dick Cheney, ancora più legato, se possibile, al segreto (specialmente sull’origine della sua ricchezza) dà l’impressione di una unità granitica.

Il dibattito di idee, nel partito democratico, è aperto, a volte brutale, e si svolge alla luce del sole. Gore non ha voluto l’aiuto di Clinton - tuttora popolarissimo - per la sua campagna elettorale di quattro anni fa per paura di intaccare la sua reputazione. Clinton non si è mai sentito vicino a Carter, più conservatore di lui nei modi, più vicino alle minoranze, ai diritti civili, più intollerante con le ingiustizie nel mondo. Carter e Clinton non si incontravano dal 1994, Gore non aveva mai più visto il presidente di cui era stato vice. Nessuno di essi aveva mai partecipato alla campagna elettorale dell’altro. Ma tutti sono venuti a Washington giovedì sera per dire a John Kerry: “Siamo tutti qui per fare la nostra parte. Il pericolo, per l’America, è troppo grande”.

Accanto a Kerry, quella sera, a Washington, c’erano anche Al Sharpton, John Edwards, Howard Dean, i candidati battuti da Kerry. E anche la loro presenza è stato un simbolo senza precedenti di unità, per dire: tutti insieme rappresentiamo la speranza democratica dell’America di fronte a Bush che ama definirsi “presidente di guerra”. Dopo un pranzo in cui migliaia di persone hanno pagato da mille a venticinquemila dollari per essere presenti (“pur di battere Bush”, ripetevano da una parte e dall’altra i convitati ai giornalisti che chiedevano la ragione di contributi tanto rilevanti), i Carter, i Clinton, i Gore, i Kerry e tutti gli altri sono andati insieme alla discoteca Dream (Il sogno). Clinton è apparso il più a suo agio, Carter il più imbarazzato, come sempre, il più rigido, Kerry il più festeggiato. Per lui i giovanissimi frequentatori della discoteca hanno versato al sogno di una vittoria un contributo di cinquanta o cento dollari a testa.

E’ qui, davanti al pubblico dei più giovani che Clinton ha fatto il suo elogio di Howard Dean, il più popolare e il più amato fra gli sconfitti delle elezioni primarie: “Diciamo la verità - ha esordito l’ex presidente in un mare di applausi - Dean ha svegliato l’America. E’ stato il primo a richiamarci alla gravità di ciò che sta accadendo in America, al rischio di ciò che potrebbe ancora accadere in questo Paese che - se vince Bush - si dichiara “perennemente in guerra”. Hanno detto che Dean usava toni troppo alti. Ma questa campagna elettorale dice, per merito di Howard Dean, che non siamo rassegnati e che non ci rassegneremo”.
L’ex presidente Carter è stato aspro con Ralph Nader e il suo annuncio di candidarsi come campione degli ambientalisti. “Quando ero presidente, mi dava molti consigli su come salvare l’ambiente. Ora ne do uno io a lui su come salvare l’America: venga con noi contro Bush”.
John Kerry, il candidato anti-guerra e anti-Bush a cui adesso guardano tanti americani, ha detto, fra applausi che non finivano mai: “Questo Paese ha bisogno di verità e non può seguire una politica fondata sull’abitudine di mentire.
Noi siamo un Paese che onora grandi valori. Questi valori ci impongono di fare la guerra non per capriccio ma per necessità. E non è ciò che è accaduto finora”.


Se volete rendervi conto di ciò che sta accadendo in questo momento negli Stati Uniti immaginate ciò che è accaduto due giorni fa durante una delle prime udienze della commissione investigativa che deve far luce su ciò che è stato fatto (o non fatto) nell’America di Bush prima dell’11 settembre. Lo scopo è rispondere all’accusa che tormenta il Paese e perseguita Bush: perché gli Stati Uniti, con tutta la loro potenza, sono stati colti di sorpresa, perché gli aeroporti erano senza difesa, i cieli senza ostacoli e la reazione militare è stata così immensamente ritardata (un’ora e mezzo prima che un solo aereo militare si levasse in volo).
Nell’aula, oltre ai politici, agli avvocati, agli esperti di intelligence e di terrorismo c’era - come accade sempre durante i lavori delle commissioni di inchiesta americane - un pubblico di persone interessate. Per esempio molte vedove, molti familiari dei morti delle Torri gemelle. Essi hanno applaudito a lungo quando Richard Clarke, già consigliere per le questioni di terrorismo di Clinton e poi di Bush ha detto: “Questo governo, questo presidente, si sono comportati in modo futile e incoerente, indicando prima un nemico e poi un altro, prima un piano d’azione e poi un altro, cambiando continuamente parola d’ordine e strategia, ignorando gli esperti. Il fatto è che questo governo ha fallito, noi abbiamo fallito, e io personalmente vi chiedo scusa. Voi siete stati prima abbandonati e poi celebrati. Ma la celebrazione non spiega ciò che è accaduto. E la guerra in Iraq ci ha dirottato altrove”.
Si accumulano i libri di accusa. Oltre a “Contro tutti i nemici” di Richard Clarke che da massimo esperto di terrorismo, guida l’accusa di incapacità contro Bush, c’è il libro di un altro Clark, l’ex generale comandante della Nato: “Siamo vittime della mente stretta dei neoconservatori, che ci hanno spinto nello stretto passaggio forzato dell’unilateralismo. E’ una politica che liquida decenni di collaborazione multilaterale degli Stati Uniti e di sostegno alle Nazioni Unite. Ci mette in uno stato di pericolo che continuerà a crescere, se non cambia il governo”. “Peggio del Watergate” si intitola il saggio di John Dean, che era stato il legale di Nixon (e poi coimputato) ai tempi del grande scandalo repubblicano del 1974. Dean esplora, con documenti che finora nessuno ha confutato, il formarsi della ricchezza privata del presidente e del vicepresidente degli Stati Uniti, la loro mania per il segreto, la loro ossessione per l’Iraq “che non ha nulla a che fare con l’11 settembre, una ossessione che comincia molto prima”.
“Questa volta cambiare la presidenza degli Stati Uniti non vuol dire cambiare partito o scegliere fra conservatori e liberali. Vuol dire cambiare il futuro e la vita”, ha detto Richard Holbrooke, già ministro di Carter e ambasciatore di Clinton all’Onu. Aggiunge e conclude lo storico Arthur Schlesinger: “Questa volta voteremo pro o contro l’America che abbiamo sempre amato e sognato, pro o contro l’Europa, che è sempre stata la nostra alleata, pro o contro i patti e i trattati che ci legano agli altri Paesi liberi, pro o contro la lotta alla povertà, qui e nel mondo, che è causa di tanti sanguinosi disastri. Pro o contro la guerra”.


Di questi qui non ne posso più

Finti amici e veri nemici dell'Ulivo

Giampaolo Pansa su L’espresso

http://www.espressonline.it/eol/free/jsp/detail.jsp?m1s=o&idCategory=4817&idContent=472031


Dopo l'aggressione subita al corteo pacifista, Piero Fassino ha raccontato di aver ricevuto centinaia di telefonate, di e-mail, di fax, tutti di solidarietà. E che dicevano: adesso basta! Voglio dirlo anch'io basta! Parlo soltanto per me, come semplice elettore dell'Ulivo, anzi del Triciclo. In quanto tale, dichiaro che non ne posso più di certi personaggi, davanti ai quali dovrei inchinarmi ogni mattina. Perché, così mi si ripete, sarebbero indispensabili alla vittoria contro l'odiatissimo Silvio Berlusconi.
Non ne posso più di Gino Strada che, da eroe umanitario, s'è tramutato in un iroso capo fazione, capace di dare del "delinquente politico" a chi non la vede come lui sulla guerra in Iraq. Non ne posso più di Armando Cossutta e delle sue ipocrisie. Cita ogni minuto Enrico Berlinguer. E ha messo pure il suo volto sulla tessera del partito cossuttista. Ma io me lo ricordo, l'Armandone, ai tempi di re Enrico. Quando intervistai Berlinguer sulla Nato, un Cossutta invelenito mi sibilò: "Gliela farò pagare, a Enrico, quell'intervista". Oggi Cossutta strilla di aver sempre combattuto Berlinguer a viso aperto. Vien da rispondergli: ma mi faccia il piacere! Io non l'ho dimenticato il lavorìo sotterraneo dei cossuttiani, d'accordo con i compagni sovietici, allora potenti.

Ha fatto bene Nerio Nesi, in questi giorni, a dimettersi dai Comunisti italiani. Secondo me, dovrebbe lasciare anche il gruppo di Montecitorio. Così non sarà più costretto a stare spalla a spalla con altri due che mi fanno dire: non ne posso più! Sono Oliviero Diliberto e Marco Rizzo, entrambi eletti in collegi blindatissimi (Scandiano, in Emilia, e Firenze-Pontassieve) dai voti di quel centro-sinistra che sbeffeggiano ogni giorno. Per il Bestiario è una storia vecchia, questa dei paracadutati corazzati. L'ho denunciata una decina di volte. Adesso ho deciso di non farlo più. Mi limiterò a stracciare la scheda elettorale, se ci vedrò il nome di qualche finto ulivista.
Un altro che ho deciso di rifiutare è Paolo Cento, dei Verdi. Ecco un ennesimo blindato, a San Giovanni in Persiceto (Bologna), dove il partito di Fassino gli ha regalato un plebiscito bulgaro, il 61 per cento dei voti. Proprio a lui, al Piotta, allo zione dei Centri sociali. Chissà come avrà goduto, sabato 20 marzo. Basta anche con il Piotta e il suo leader maximo, il Pecoraro Scanio. Se li cerchino da soli, uno per uno, i voti che gli servono.

Non ne posso più dei sepolcri imbiancati di Rifondazione. Il Parolaio Rosso telefona compunto a Fassino per solidarizzare con lui. Poi leggi 'Liberazione' e ci trovi tutto il contrario. Adesso c'informano che Fausto Bertinotti vuole mandare al Parlamento europeo nientemeno che Vittorio Agnoletto, la santissima icona dei no-global. Ma mezzo partito dice no. E ti credo! Penso, comunque, che il Parolaio ce la farà. Ad ogni modo, fatti loro. Con i rifondisti ho chiuso da un pezzo.


Invece devo dire basta a due personaggi che, un tempo, ho sostenuto: Achille Occhetto, nella svolta del 1989, e Tonino Di Pietro, nell'era di Mani pulite. Da quando si sono messi insieme, hanno esaltato i loro difetti. Achille è in piena furia vendicativa contro l'ex-Bottegone, oggi Botteghino. Tonino s'è montato la testa e pensa di essere l'Uomo della Provvidenza, l'unico in grado di sconfiggere il Berlusca. Fate pure il vostro gioco, signori. Ma il vostro non sarà più il mio.

Non ne posso più anche di tante altre figure minori. Per esempio, del compagno Giuseppe Giulietti, che appena uno osa criticare il reticente Tg3 di sabato 20 marzo sull'aggressione a Fassino, strilla il suo proclama contro "il servizio d'ordine mediatico del premier che sferra il consueto attacco, ecc. ecc.". Altro esempio? Il prete pacifista che si è detto contento della cacciata di Fassino, alla faccia della carità cristiana. Per non parlare degli inossidabili minimizzatori, parlo di una quota della sinistra girotondina. Quelli del "ma non è successo niente!", Fassino è stato soltanto criticato con foga, gli avranno pure tirato le aste delle bandiere, ma erano sottili come rametti d'ulivo, e anche le bottiglie che gli volavano addosso erano di plastica sottilissima...


Per non farla lunga, penso che il Triciclo debba rompere con questo campionario di finti amici e di veri nemici. Servono soltanto ad allontanare dall'Ulivo i voti di tanti italiani tranquilli. Del resto, vincere con loro è uguale a perdere. Fassino deve sciogliere il dilemma che ci ha presentato lunedì 22 marzo, nell'intervista a Massimo Franco, del 'Corriere della sera': "Siamo un centrosinistra in preda alle velleità estremistiche e ai calcoli di bottega, o sappiamo guidare in modo credibile l'Italia e restituire speranza a un Paese incerto e smarrito?".

Il problema è tutto qua. Anche per questo, la giornata balorda del 20 marzo deve segnare una svolta, l'inizio di un chiarimento decisivo. Prima di tutto, tra la maggioranza di Fassino e il Correntone, sempre più tentato dalla scissione. Ci sarà questa svolta? Spero di sì, ma temo di no. E vedo già il Berlusca che, tra le rovine della sua Casa delle libertà, se la ride, oh come ride!


Stadio, specchio dell’Italia

Francesco Merlo su la Repubblica 25 marzo

http://www.repubblica.it/

Si è infilata la coda del mondo in quella straordinaria sequenza televisiva dell´ultrà, ora arrestato, che domenica scorsa all´Olimpico ha affrontato e minacciato Totti, il suo idolo. C´è, per analogia epocale, la furia dell´iconoclasta che aggredisce il Budda nell´immagine del fanatico che aggredisce il suo Totti-Budda e in nome del calcio etico ferma il calcio immorale.
In nome del calcio mitico ferma il calcio reale, in nome del calcio rifondato ferma il calcio degenerato. Di sicuro, gli ultras che hanno sospeso la partita Roma-Lazio sono una novità assoluta, per ora tutta italiana, non prevista dagli antropologi, dai sociologi e dai giornalisti che per anni hanno scimmiottato Lévi-Strauss, Ernesto De Martino e i grandi esploratori, dipingendo un paesaggio di umanoidi che la domenica si circondano di frastuono e di turbini di fumo, teppisti orribili che emergono alla superficie delle curve, ma sempre lasciando intendere che nell´abisso polveroso e scuro dei club se ne nascondono di più grossi e di più cattivi. Ebbene, domenica scorsa, con un´azione odiosa e tuttavia politica, gli ultras italiani hanno voluto dire che il pallone sono loro a chi specula sul calcio gonfiando i bilanci per ammortizzare altri bilanci? In nessun altro paese avanzato gli ultras avevano mai ammantato di moralismo le loro aggressioni e la loro violenza, guerriglieri della restaurazione etica contro la pervasiva logica della finanza vaporosa e della politica truffaldina.
Quello che è stato consumato a Roma, con le opposte tifoserie che si mettono d´accordo per riportare il calcio all´età mitica delle presunte virtù evangeliche, è dunque il primo atto di una rivolta plebea che vuole delegittimare per indegnità tutte le autorità formali, dall´arbitro al prefetto e al questore, dal presidente della Lega ai proprietari delle società. E´ il tifo che scopre che i suoi centomila occhi sugli spalti valgono meno dell´occhio televisivo, di quello politico, di quello dei commentatori e degli intellettuali, degli specialisti di Petrarca in libera uscita. Gli ultras sono i popolani e i masaniello, gli anabattisti, i movimenti ereticali, ingenui e radicali nella loro ferocia che vogliono rifondare la teologia dello sport, ed è davvero una novità gravissima che evidenzia la distanza tra l´impresa calcio e il tifo calcio, tra il pallone e l´imbroglio contabile. E difatti nella estremizzazione teppistica degli ultras risuonano gli stessi umori dello spettatore vip che sui giornali e nei talk show chiede di essere lasciato in pace a godersi i ventidue pupi che corrono dietro la palla. Qui non c´è più solo l´ignobile striscione antisemita e lo slogan razzista. Da domenica il neo-ultrà italiano non è più solo la minaccia all´ordine pubblico che giustamente e finalmente il ministro Pisanu promette di combattere con durezza, ma è diventato davvero estremismo eversivo. Così, per esempio, lo striscione bresciano di Bologna “ i nostri soldi sudati per i vostri debiti spalmati: vergogna”, è roba da scuola di Barbiana, è un pasticcio enorme che non ha più nulla a che vedere con “due pugni, un calcio, una finta, altri due pugni, una pedata?.”, insomma con quella mistica delle botte, nichilista e patologica, che a ventisei anni, l´hooligan inglese Kevin, paraplegico, raccontò al Telegraph per mostrare, con fierezza da reduce, quanto gli era costato tifare per il Liverpool.
In Italia non è più così. In Italia l´ultrà della Roma si accorda, nientemeno, con l´ultrà della Lazio al grido: “ultras di tutto il mondo unitevi”. Non è più il mostro della letteratura nera, non è più soltanto un problema di polizia, come appunto fu per moltissimi anni in Inghilterra, dove, gli hooligans sono ormai sotto controllo, perché alla polizia, democratica e tollerante, è stato dato quel potere di civiltà e di saggezza senza se e senza ma che in Italia è ora invocato, probabilmente troppo tardi, non solo da Berlusconi, ma anche, ieri sul Corriere della Sera, da quella indiscussa autorità morale che è Claudio Magris. È vero che adesso in molti stadi d´Inghilterra sono state persino rimosse le transenne e che gli ultras inglesi non sono certo spariti ma sono diventati innocui, e la loro rabbia è semmai un controveleno, un antidoto, perché sicuramente il tifo non uccide, e anzi qualche volta guarisce, proprio come accade con la foglia di cannabis nei concerti pop, o con certi eccessi pagani nelle feste cattoliche, o con i fuochi d´artificio o con il sangue nelle strade di Pamplona. E non si possono denigrare i popoli, neppure quello italiano, per le loro follie da stadio, né si possono governare le pulsioni di massa come si governa il traffico, con le prediche al posto dei semafori.
Ma purtroppo in Italia non basta più la polizia perché stiamo assistendo a un´escalation al contrario del pericolo ultrà. Ormai il nostro ultrà è un animale politico che si sente addosso una strategia che non controlla, la sente ricadere sulla sua pelle, che non è ovviamente pelle raffinata ma è pur sempre pelle, e percepisce nel suo calcio interessi sporchi che lo marginalizzano. Certo, già prima, quando ne arrestavano qualcuno, si scopriva che nella realtà gli ultras sono normali, come Stefano Sordini, che fa l´operatore finanziario, o Stefano Carriero, che fa il cameraman o, ancora Roberto Morelli e tutti gli altri diciassette arrestati di Roma, tra i quali c´è pure un minorenne. E fa un po´ ridere la voglia di descriverli come fascisti, nel senso delle squadracce di picchiatori militanti che forse non esistevano più nemmeno nel ´68. In realtà in loro l´ideologia reazionaria è un sentimento arcaico, da fuori del mondo, un´ideologia impraticabile e inattuale come sempre accade ai movimenti di rifondazione, sia essa del comunismo o dell´Islam o del calcio, perché la rifondazione è l´ideologia della marcia indietro in un mondo che va avanti.
Non solo dunque gli ultras non somigliano alle scimmie, ma, ecco il punto, somigliano moltissimo all´Italia di oggi, e anzi sono loro che danno il tono alle nostre adunate, alle nostre manifestazioni, alle nostre piazze e alle nostre curve. Ultrà è il sapore di una partita di calcio, la rabbia di una sconfitta che in Italia è comunque immeritata, tanto nel calcio, dove c´è sempre un arbitro Moreno con cui prendersela, quanto nella politica dove c´è sempre qualche alleato minore da incolpare nelle disfatte dei governi o qualche avversario da demonizzare. Ultras sono tutte le emozioni collettive che ci prendono alla gola negli stadi e nella piazza, e sono sempre emozioni senza pensiero perché il pensiero non va in piazza né allo stadio, che sono i posti in cui la scemenza ha diritto pieno, con gli striscioni, i colori, la passione. La partita di calcio è la libera festa dell´irresponsabilità civile. Solo la violenza non è consentita allo stadio e in piazza, dove tutti ci dimentichiamo del nostro rigore e della nostra compostezza consegnandoci alla “folla solitaria” nella quale ci si smarrisce, e anche la ragione si smarrisce. Ma la folla oceanica, si sa, ha virtù psicanalitiche e ti spinge a fare cose di cui ti vergogni, ad insultare e aggredire Piero Fassino per esempio, a imbarbarirti come mai altrove, a diventare un talebano del pallone che progetta un calcio preindustriale e il ritorno alla natura: a misura d´uomo, a misura di tifoso.
Ma l´ultrà deve restare ultrà e mai farsi governo. Perché ultrà è l´urlo e ultrà è il panico, ultrà è il sole estivo che a mezzogiorno taglia le pietre e trasforma le città del sud in cimiteri, pieni di persone che sembrano abbattute da un pugno, ultrà sono i pacifisti senza se e senza ma, ultrà sono i ragazzi che si stordiscono nelle discoteche, ultrà è l´adolescenza ed è la ferinità, ultrà è quella parte di noi che ha bisogno di essere posta sotto controllo, ha bisogno di regole, di educazione, di tabù e di severità ma anche di tolleranza, ultrà sono i concerti di Marylin Manson che qualcuno vorrebbe esorcizzare con l´acqua benedetta, ed è ultrà anche l´illusione, ingenua e goffa e pericolosa, di potere cavalcare politicamente e magari anche elettoralmente la trasgressione degli ultras, con il pericolo che negli stadi d´Italia definitivamente si infili l´antagonismo sociale con tutte le sue terribili pulsioni oscure. E dunque, senza ironia: aridatece l´ultrà.


Il derby è mio e lo sospendo io
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